The Sea
Forza e debolezza completamente allo stato di nudità esistenziale di un adolescente, in un film senza bombardamenti, eccidi, genocidi, che pure, attraverso un racconto semplice, squarcia con potenza drammatica la realtà di separazione, esclusione imposta fin dalla prima luce del mondo a chi nasce palestinese. L’assunto è addirittura disarmante. Pur distando la città di Ramallah, in Cisgiordania, appena una cinquantina di chilometri dal Mar Mediterraneo, molti suoi bambini non possono conoscere il mare, perché devono ottenere il permesso di attraversare Israele e non sempre questo viene concesso. Oltre l’acqua di una piscina, l’unico mare di cui hanno avuto esperienza rimane per loro quello amniotico interno al ventre materno prima che nascessero.
É il caso di Khaled, in gita scolastica al mare con la sua classe, che viene respinto al confine della Cisgiordania, perché il suo permesso non risulta in regola, senza che gli venga spiegato nulla di più dagli agenti israeliani di frontiera. Forse il padre del ragazzo, che lavora come manovale in Israele, gli ha dettato male al telefono il numero da trascrivere sul modulo da compilare. O forse qualche telecamera lo ha ripreso mentre protestava in strada con altri contro i militari israeliani. Fatto sta che il ragazzo deve tornarsene indietro. La nonna lo consola, dicendogli che anche lei da ragazza non era mai riuscita a vedere il mare, ma poi da vecchia aveva finalmente potuto andarci. Jasmine, la madre di Khaled è morta giovane per un tumore. Come più volte detto, la figura della donna, spesso nel cinema, rappresenta il paese, la nazione stessa in cui si svolge la vicenda narrata. Mai come in questo caso quello Stato, quella nazione non c’è, e non solo Khaled è in questo è orfano di madre.
Nella sua caparbietà Khaled si aggrega a un gruppo di lavoratori senza permesso, come lo è d’altronde anche suo padre, che ancora di notte attraversano ogni giorno clandestinamente il confine per andare a fare i manovali nei cantieri di Tel Aviv e zone limitrofe.
Inizia così quello che è un breve, drammatico romanzo di formazione di Khaled attraverso la distanza vertiginosa, non geografica, ma sociale, di costume, urbanistica tra la sua Ramallah e la capitale israeliana. Ma anche il racconto di un lavoratore palestinese senza regolare permesso, alla ricerca del figlio tra quelle strade, sugli autobus, tra i controlli e i fermi di polizia. Riuscirà il ragazzo a percorrere l’ultimo centinaio di metri che lo separano ormai dal mare?
Diretto dal regista ebreo palestinese Shai Carmeli-Pollak, con una troupe mista araba e palestinese, il film ha vinto numerosi premi, tra i quali quello cruciale che per regolamento lo candida agli Oscar come miglior film straniero per Israele. Questo ha scatenato uno squassante ciclone di proteste, con al centro l’occhio del ministro israeliano della cultura Miki Zohar.
Anche a seguito di queste rabbiose reazioni israeliane, in Italia nessuno se l’è sentita di distribuirlo nelle sale cinematografiche. Se è così assunta la responsabilità e le relative spese la giornalista Giulia Innocenzi, affiancata poi da Mescalito Film, con Pueblo Unido Media. Durata: 93 minuti.
Riccardo Tavani

