The end, la fine è già qui
La critica non ha preso affatto bene questo film di fiction firmato da Joshua Oppenheimer. Non ha tutti i torti, eppure qualche lancia a suo favore va pure spezzata. E questo non perché sono indimenticabili i suoi due precedenti documentari sui massacri politici in Indonesia: The Act of Killing, 2012, e Look of Silence, 2016. Ma intanto l’assunto narrativo.
Siamo in una situazione di post catastrofe planetaria. Di solito questi film sono abbastanza costosi. Che si voglia dare credibilità a scenari di distruzione apocalittica, con ricostruzioni dal vero, o con avanzatissimi mezzi tecnologi ed effetti speciali, non è certo uno scherzo economico produrre questo genere di film.
Non in The End. L’unica ricostruzione realistica è un agiato appartamento borghese, con tutti i confort di oggi e capolavori d’arte appesi alle pareti, a partire da Renoir. In questa location si muovono poche persone: un padre, una madre, un figlio, un’amica di famiglia, un medico, un maggiordomo. Sopraggiungendo da fuori, compare poi anche un’altra giovane donna. Attrice e attori che interpretano moglie e marito hanno certo un loro rilevante prestigio e costo, essendo Tilda Swinton e Michael Shannon. Sì, ma non certo produttivamente proibitivo per un film con distribuzione internazionale. Altre e altri interpreti, sono due volti pure di valore attoriale ed economico – come Moses Ingram e George Mackey –, ma certamente minore dei primi due. Questo il resto non certo stellare del cast: Bronagh Gallagher, l’amica; Tim McInnerny, il maggiordomo; Lennie James, il medico. Il film è a metà anche un musical. Ma musiche e pezzi cantati – pur degni – non è che siano proprio inarrivabili. Riassumendo: per interni, cast e colonna sonora il budget non è certo l’aspetto più vertiginoso. E gli esterni? Di solito è qui che si impennano gli esborsi. In questo film no. Gli esterni, il fuori, il catastrofico e minaccioso oltre quelle confortevoli pareti domestiche, sono anch’essi degli interni, anche se del tutto particolari. Il film è stato interamente girato dentro le più che suggestive caverne della miniera di salgemma situate a Petralia Soprana, in Sicilia, nella frazione di Raffo. Un antro con ampie derivazioni cunicolari e grotte, tra più grandi d’Europa. Anche qui costi non strabilianti. Forse quello più rilevante è l’illuminazione – certamente d’arte – di archi, volte, curve, impronte a onda del salgemma per rendere suggestivamente inquietante l’atmosfera. Il film, tra l’altro, è stato successivamente anche proiettato al pubblico dentro queste caverne.
La minaccia, infatti, può arrivare proprio dalle profondità più lontane e buie di quella rete di caverne. Qualcuno o qualcosa, proveniente dal vero là fuori, là sopra, ossia dalla superfice terrestre devastata che non vediamo mai, potrebbe introdursi là sotto, oltrepassare una certa distanza ben stabilita di sicurezza e distruggere l’equilibrio perfetto instaurato dentro l’appartamento. Qui, al massimo, si è preoccupati per le periodiche esercitazioni di simulazione emergenza, per fughe non è specificato bene neanche di cosa, se gas o radiazioni di qualsiasi altro tipo. Equilibrio sì perfetto, ma anche perfettamente ipocrita. Il padre sta dettando al figlio un libro di memorie del suo passato imprenditoriale. Di petroliere. Sul bene da lui fatto con questa attività alle popolazioni del Terzo Mondo cui ha sottratto risorse, devastandone al contempo e completamente l’ambiente naturale. Cominciamo così a capire meglio con che tipo di catastrofe planetaria abbiamo a che fare.
Oltre le simulazioni d’emergenza, gli abitanti devono esercitarsi a sparare con varie armi da fuoco e uscire ogni tanto in perlustrazione delle ramificazioni cunicolari. Ed è proprio qui che un maledetto giorno trovano una sagoma umana semi sepolta nel salgemma. È viva, però, è una bella ragazza, di colore. Al tempo stesso rappresenta un grave pericolo. Nonostante il rigido protocollo di sicurezza preveda immediatamente passata per le armi ed eliminata, il padre decide di accoglierla. Per senso di colpa, per uno slancio finalmente autenticamente umanitario? Vedremo.
La madre, al contrario, era per l’eliminazione senza pietà alcuna, perché intuisce che ciò che incombe sulla famiglia, con quell’arrivo, è la rottura dell’equilibrio di ipocrisia, auto menzogna, verità taciute e falsità proclamate, celebrate. Facendo leva proprio sull’anello debole della loro catena, ossia il figlio. Lui, infatti, è nato, cresciuto, allevato nel totalizzante amore materno e cieca ammirazione paterna. È indubbio, infatti, che la ragazza eserciti un forte fascino erotico su un giovane, privo di un naturale scambio sentimentale, sessuale e anche ideale adeguato alla sua età.
E qui veniamo alle note dolenti della critica. Lo strappo del sipario d’ipocrisia che avvolge la famiglia, la rivolta, l’atto d’accusa contro la mentalità e gli atti di rapina, ingordigia di profitto economico, che sono all’origine della distruzione della vita sul pianeta sono sia troppo schematiche, sia troppo blandamente realizzate sul piano squisitamente cinematografico. Un po’ come la musica e le canzoni. L’arrivo della ragazza – non casualmente di colore – all’inizio rappresenta sì questo punto di vista autenticamente diverso e liberatorio, soprattutto agli occhi del figlio. Poi, però, rapidamente declina e si spegne del tutto.
Questo è dal punto di vista della sequenza meramente narrativa certamente vero. La realtà che il film vuole rappresentare, però, è tutt’altra. Non ci troviamo, infatti, in una situazione post catastrofica. Ma nella catastrofe attualmente in atto. A pezzi, come ebbe a dire Papa Bergoglio a proposito della guerra. Quella famiglia, quell’appartamento sono il trinceramento nel presente, oggi di tutta la classe imprenditrice, rapinatrice, estrattiva del pianeta ai fini del proprio profitto economico. Ossia, di quel profitto che è inseparabile dal capitalismo, irrinunciabile per esso, e che viene per questo prima di qualsiasi altro aspetto, morale o pratico che sia. Compresa la morte dell’umano, rappresentata nel film da quella di padre, madre, fratelli del personaggio rappresentato da Tilda Swinton. Ritagliarsi un pezzo di realtà, trincerarsi dentro di essa, lasciare fuori miseria e distruzione quotidiana di cui si è causa è esattamente quando sta avvenendo, in questo tempo, non in uno futuro, distopico. The end, la fine è già presso di noi, non è necessario attenderla.
Perché il regista non mette con forza in scena – anche musicalmente – la rivolta? Abbiamo parlato di costi del film, perché evidentemente era di entità ridotta il budget concessogli. E con quello era costretto, doveva fare il film: prendere o lasciare. Quando McLuhan scrive che il medium, ossia il mezzo a disposizione, è il vero messaggio, intende questo. Mettere credibilmente in scena la rivolta, la rottura significava mostrare soprattutto agli occhi del figlio a cosa è ridotto il fuori, il di sopra, la superficie terrestre. Farlo vedere, mostrarlo, con convincenti immagini cinematografiche, comprendenti anche la condizione dei sopravviventi, pochi o tanti che siano. E inscenare, magari, anche l’inizio di un possibile riscatto. Ciò che avrebbe significato una sostanziosa fuoriuscita dai costi prestabiliti e – fissati. A questa limitazione economica ce n’è da aggiungere anche una di tipo sanitario. Le riprese, infatti si sono svolte in piena pandemia da Covid.
A cosa ricorre invece l’autore? Esattamente all’opposto della rivolta. All’assimilazione, alla cooptazione nel sistema di privilegio e di continuazione dello sfruttamento umano e planetario. Questa soluzione consente di rimanere dentro i costi ridotti di quella unità di luogo, limitati all’allestimento di un appartamento e all’illuminazione di caverne di sale già esistenti. E in quanto al messaggio di condanna, il film ci fa sentire in maniera ancora più lancinante la necessità della rivolta proprio attraverso la sua assenza. Ossia, attraverso la rappresentazione della sua negazione, l’accettazione docile della menzogna, la sottomissione cosciente a un’ipocrisia, la quale, però, non può più nascondere la sua feroce determinazione alla distruzione.
Riccardo Tavani

