Salina Doc Fest: vince Tommaso Romanelli, lutto personale e tragedia della civiltà
Cosa significa No more trouble, il titolo del film vincitore della XIX Edizione del Salina Doc Fest? Letteralmente è “Non più problemi; basta con i problemi”, ma il senso della vicenda testimoniata dall’autore, Tommaso Romanelli, va molto al di là di questa accezione. No More Trouble, infatti, richiama una celebre canzone di Bob Marley and The Wailers,pubblicata nel 1973. Il suo senso era e resta: ripudiare ogni violenza, ricercare l’armonia. La pensa così anche Andrea Romanelli, a tal punto da mettere la frase come scritta sul boccaporto di emergenza a poppa. E questo perché lui ha progettato e realizzato un dispositivo di sicurezza che blocca l’ingresso dell’acqua sottobordo, anche in condizioni di mare proibitive, consentendo allo scafo di non affondare e all’equipaggio di salvarsi.
In una scena del film, Fabrizia Maggi, la madre di Tommaso, pronuncia la frase in un altro modo, di significato esistenziale più profondo: “Non più pianto!”. Lo dice rispondendo proprio a suo figlio che, crescendo, constata e si rattrista del permanente stato di strazio e pianto materno. E dentro questo dolore c’è anche risentimento, rabbia, tragico ricerca di un’impossibile giustizia o consolazione.
Andrea Romanelli è il marito di Fabrizia, il padre che Tommaso ha perso quando aveva appena quattro anni e di cui lui non può ricordare niente. Andrea era un marinaio, sì, ma che marinaio! Ingegnere, progettista e timoniere di Open 60 Fila, una delle barche a vela più veloci del mondo. Su questo scafo il capitano Giovanni Soldini e il suo equipaggio, tra cui Andrea Romanelli al timone, tentano di battere un nuovo record mondiale di traversata atlantica da New York all’Inghilterra. E ci stanno riuscendo. Già prossimi alle coste francesi, però, una tempesta con vento a 84 nodi e micidiali onde incrociate si rovesciano su Fila. Oltre il capitano e il timoniere, gli altri tre marinai sono Guido Broggi, Bruno Laurent e Andrea Talarini. Nessuno di loro tre e il capitano Soldini riescono a ricostruire esattamente come e quando il trentaquattrenne timoniere viene irresistibilmente ghermito da un’onda e da folate furiose di vento, sparendo definitivamente nell’Atlantico. Sono le due e quaranta del 3 aprile 1998, 380 miglia a ovest di Lizard Point, Cornovaglia.
Il pianto, la rabbia, il risentimento di Fabrizia Maggi fanno tornare in mente la parole della canzone di Lucio Dalla Itaca. “Capitano che hai trovato/ Principesse in ogni porto,/ pensi mai al rematore/ che sua moglie crede morto”. ‘Rematore’ si può sostituire con timoniere; ‘, ‘crede morto’ con trova morto; ‘sua moglie’ con suo figlio. Che cosa Soldini in quel frangente doveva, poteva fare e non ha fatto per assicurare la sicurezza di tutto il suo equipaggio, salvando così la vita del timoniere?, si domanda Fabrizia. Sono prescritte delle precise tecnicalità di manovra, che non sono state operate per assicurarsi questo obiettivo esistenziale primario. Tra queste la non attivazione del meccanismo di No more trouble, progettato dal marito.

Un giorno, però, è proprio Fabrizia ha ritrovare vecchie cassette in VHS di Andrea e di darle a Tommaso, il più piccolo dei loro tre figli, il quale non aveva, non poteva avere nessun ricordo, nessuna immagine viva di suo padre. E da quel momento: “Mamma, no more trouble…”. E lei gli risponde: “Sì, Tommaso, non più pianto”. E non resta solo un vano proposito. A più di vent’anni dalla nascita e fulminea fine della Tragedia, Tommaso inizia a traslare in opera cinematografica quell’irrimediabile lutto, per tentare di dargli una forma d’arte, un qualche senso, equilibrio esistenziale. Non solo, ma con suo zio Marco, il ragazzo inizia pure a ridare forma, rimettere in sesto un’altra vela paterna, l’American Express. Le forme film e vela procedono in parallelo, anche se solo la prima arriva in porto, mentre la seconda è attualmente lì per toccarlo. Ecco, il tipo di tragedia accaduta a Tommaso Romanelli, a sua madre, ai suoi fratelli, non è solo individuale, personale; neanche ha soltanto toccato, e continua a toccare – nei suoi multiformi modi di apparire – molte individualità, e anche di chi qui scrive, No, essa è il senso della totalità di esperienza e coscienza umana, su cui il pensiero, il teatro, la filosofia originaria dell’antica Grecia hanno iniziato a riflettere, gettando le basi dell’intera civiltà occidentale. Solo l’arte nell’intreccio tra il caotico, informe dionisiaco, e la traslazione apollinea, la ricollocazione in una forma, in un equilibrio pur nello squilibrio, in bellezza pur nell’orrido, può far apparire, ossia recare alla coscienza una luce, una possibilità di riscatto.
No more trouble – Cosa resta di una tempesta, questo il titolo esatto del film, ha meritato pienamente di vincere il premio della Giuria Ufficiale, perché il suo contenuto di valore universale si esprime attraverso la qualità, la forza e logica artistica della forma cinematografica dell’opera. Logica che ha scandito il proprio ritmo, le proprie intime esigenze di immagine e narrazione, e che Tommaso Romanelli, regista alla sua prima prova e senza alcuna precedente esperienza, ha saputo pienamente imbrigliare nelle vele del suo filante vascello. Il documentario è distribuito dalla Tucker Film.
Questi tutti i premi del Salina Doc Fest:
L’occhio della gallina, di Antonietta De Lillo, Premio Signum del Pubblico;
Fratelli di culla, di Alessandro Piva, Premio Media Fenix al Miglior Montaggio;
Tineret, di Nicolò Ballante, Menzione Speciale della Giuria;
No more Trouble, di Tommaso Romanelli, Premio G. B. Palumbo Editore al Miglior Documentario
Giuria Ufficiale: Maricetta Lombardo, Daniele Ciprì, Luciana Capretti.
Foto: Ufficio Stampa Raffaela Spizzichino e Carlo Dutto.
Riccardo Tavani

