Il Paese in fumo
C’è un odore che non si dimentica. Fumo e legno arso. Ti rimane addosso, nei vestiti, nei capelli, persino nei pensieri. È l’odore dell’Italia che brucia. Una storia che ritorna ogni estate, puntuale come un delitto seriale. E ogni volta ci chiediamo chi sia il colpevole.
Non è solo il fuoco. È qualcosa di più grande, più oscuro. Il clima che cambia, il caldo che non molla, le foreste assetate che diventano polvere secca, pronte a prendere fuoco al primo errore, o al primo gesto criminale.
Le cifre fanno paura: due miliardi di euro l’anno in danni. Foreste trasformate in carcasse nere. Aria irrespirabile. Persone costrette a vivere con la paura. Eppure la cosa che fa più male è che lo sappiamo da tempo. E continuiamo a non prevenire.
Ogni indagine ha un punto di partenza. Qui sono le cause. Fulmini? Lava? Quasi mai. La maggior parte delle volte è l’uomo. Un mozzicone, un rogo agricolo lasciato scappare, un barbecue spento male. O peggio: un fuoco appiccato con precisione chirurgica, per guadagnarci.
Poi c’è il vento, la siccità, la vegetazione morta che fa da benzina. E il fuoco corre, divora, si allunga sulle colline come un coltello nella notte.
Gli impatti sono ferite profonde. Animali carbonizzati, suolo eroso, interi ecosistemi cancellati. E il fumo che si alza, invisibile ma letale, viaggia lontano e porta malattie. Non serve essere vicini al fuoco per diventare vittime.
Satelliti, droni, sensori negli alberi. Occhi elettronici che scrutano il buio, pronti a dare l’allarme. Comunità che si preparano, “fire smart”, così le chiamano.
Ma la verità è che spesso arriviamo troppo tardi. Si corre, si spende, si vola con i canadair. Ma quando il fuoco è lì, grosso, vivo, non c’è tecnologia che tenga. La vera partita si gioca prima. E noi quella, la perdiamo quasi sempre.
Le leggi ci sono, scritte nero su bianco. Divieti, sanzioni, vincoli. Sulla carta funziona. Ma nella pratica? Troppi enti, troppe mani sullo stesso fascicolo. E intanto i dati che servono agli investigatori spariscono, resi inaccessibili da riforme e burocrazie.
Così il fuoco diventa un delitto senza colpevoli. Un reato di cui si conosce l’arma ma non il mandante.
E poi c’è il lato criminale. L’ecomafia. Qui il fuoco non è follia, non è errore: è affare. Bruciare per costruire, per liberare terreni, per vendette, per sporchi guadagni. Una strategia antica e sempre attuale. I numeri del Rapporto Ecomafie parlano chiaro: migliaia di illeciti, interessi che si muovono nell’ombra.
Un incendio non è mai solo un incendio. A volte è un messaggio.
Il futuro è un bivio. Da un lato la desertificazione: boschi che diventano arbusti, montagne nude, comunità rurali che spariscono. Dall’altro un’occasione: gestire il fuoco, non solo inseguirlo. Pianificazione, ricerca, nuova cultura del territorio.
Ma bisogna scegliere. E in fretta. Perché il clima non aspetta.
Ci sono anche storie che si salvano. Pastori che con i pascoli riducono la vegetazione secca. Comunità che raccolgono la biomassa e la trasformano in energia. Progetti locali che funzionano davvero.
Sono piccole luci in un panorama nero. Ma dimostrano che il fuoco si può fermare.
Legambiente non si limita a contare i danni. Propone: più prevenzione a terra, più gestione agro-silvo-pastorale, comunità rurali come presidio del territorio. E soprattutto più indagini, più investigazioni. Una mappa degli incendi per risalire agli autori, prima che colpiscano di nuovo.
Perché il fuoco, come un killer seriale, lascia sempre una traccia. Basta seguirla.
Alla fine resta una domanda, sempre la stessa. Vogliamo continuare a guardare l’Italia andare in fumo, estate dopo estate, come spettatori di un noir che conosciamo a memoria?
Oppure vogliamo scrivere un finale diverso, prima che arrivi l’ennesima fiammata?
Eligio Scatolini – Giuliana Sforza

