L’Italia della sete

Il rubinetto gira a vuoto. Nessun gorgoglio, nessun filo d’acqua. Solo un rumore secco, metallico, che ti gela dentro come la consapevolezza di un delitto annunciato. È l’Italia senz’acqua. Un Paese che si sveglia e scopre che l’emergenza non è più un titolo di giornale, ma una crepa nel terreno, una tanica di plastica, un silenzio nei campi.

Non ci sono fiamme a illuminare la notte, niente canadair sopra le colline. C’è solo polvere. Le vigne che si piegano come ossa vecchie, gli ulivi che sembrano fantasmi, i fium

i ridotti a strisce di sabbia. E la gente che aspetta in fila davanti a una cisterna comunale come se fosse pane razionato. Occhi stanchi, mani tese, bottiglie di plastica che diventano amuleti.

“Non ricordo un’estate così — racconta Mario, contadino di sessant’anni — i pozzi sono asciutti da settimane. Il grano non lo raccolgo più, lo brucio per far spazio. È come guardare morire un figlio.”

Il caldo picchia, il cielo resta fermo, e intanto nei paesi si sussurra. “Non piove più”, dicono alcuni. “Colpa dei tubi”, rispondono altri, quelli che sanno che quasi metà dell’acqua si perde per strada, scivola via nei sotterranei come una refurtiva. Poi ci sono le voci più basse, quelle che parlano di interessi, speculazioni, mani invisibili che gestiscono la sete come un affare.

“Abbiamo segnalato decine di perdite, condotte vecchie di trent’anni — spiega Chiara, tecnico comunale — ma non ci sono fondi, non ci sono squadre. Così l’acqua scompare sotto i nostri piedi, e la gente pensa che sia solo colpa del cielo.”

È un noir senza assassino unico. O meglio: ce ne sono troppi. Il clima che cambia, la gestione che non funziona, la politica che promette e dimentica. Intanto la vittima resta lì, stesa a terra: l’acqua.

E le vittime collaterali? I campi prima di tutto. Grano, frutta, ortaggi, tutto perduto. Gli agricoltori stringono i denti, ma sanno che la stagione è già morta. Poi le famiglie, costrette a turni e razionamenti, a lavarsi in fretta, a cucinare contando i litri.

“Con due bambini piccoli non è vita — sospira Elena, insegnante —. Riempio taniche e bottiglie, ma devo scegliere: cucinare, lavare, o far bere i ragazzi. È come vivere con una pistola puntata addosso, ogni giorno.”

Un Paese moderno che torna a vivere come in un dopoguerra silenzioso. E non è un episodio, non è un caso isolato. Ogni estate, puntuale, la sete bussa alla porta. Ogni estate, la stessa scena, lo stesso copione. E allora smette di essere emergenza e diventa un sistema.

Alla fine resta questa domanda, che sa di cronaca nera: cosa succede a un Paese quando l’acqua diventa un lusso?
Perché il fuoco lo vedi, ti brucia addosso, ti lascia cicatrici. La sete invece arriva piano, ti stringe la gola, ti scava dentro. Ed è molto più difficile da fermare.

Eligio Scatolini – Giuliana Sforza

 

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