Città accessibili
C’è sempre un momento in cui cala il silenzio. La città si ferma, il traffico si attenua, e allora si sente solo il rumore secco di una carrozzina che incontra un gradino. È lì, nel dettaglio apparentemente minimo, che si capisce se una città è davvero accessibile.
Nel 2016 Milano vinse l’Access City Award, il premio europeo per la città più accessibile. Un riconoscimento importante, anche se discusso. Perché Milano non era la città perfetta per chi vive con una disabilità, ma era quella che aveva mostrato il maggior impegno. Expo 2015, le rampe nuove, i trasporti più attenti, la comunicazione semplificata. Un segnale, più che un traguardo.
E adesso? È il 2025. Quasi dieci anni dopo, l’Italia si muove ancora in un terreno accidentato, come i suoi marciapiedi. Alcune città hanno fatto passi avanti, altre sono rimaste indietro. La Commissione Europea continua a premiare i comuni che investono in accessibilità, e tra i candidati più recenti spiccano capitali del Nord Europa, città che hanno fatto della tecnologia e della pianificazione urbana il loro punto di forza.
In Italia la questione è più complessa. Perché c’è la bellezza da conservare e c’è la storia da rispettare. Roma, Firenze, Venezia: un patrimonio millenario che a volte diventa una gabbia di pietra per chi si muove con una sedia a rotelle o ha bisogno di segnali tattili e sonori.
E qui entra in gioco un altro spazio fondamentale, i musei.
Un museo è un luogo che custodisce la memoria, ma la memoria deve essere per tutti. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative per abbattere le barriere: rampe d’accesso, ascensori mimetizzati tra le colonne, percorsi tattili per non vedenti, audioguide inclusive. Eppure non basta. Troppo spesso le scale restano un ostacolo invalicabile, i bagni non sono attrezzati, le informazioni non arrivano a chi ha una disabilità sensoriale. E allora l’esperienza culturale diventa parziale, mutilata.
Ci sono però esempi che fanno ben sperare: il Museo Egizio di Torino, che ha sperimentato percorsi tattili sulle statue, o gli Uffizi di Firenze, che hanno ampliato i sistemi di visita per non vedenti e ipovedenti. Persino il Colosseo ha installato ascensori per permettere a chiunque di raggiungere i piani superiori. Ma basta una piccola barriera dimenticata a rovinare l’esperienza.
L’accessibilità, oggi, non è più solo questione di rampe e marciapiedi: è una filosofia. È il diritto di non sentirsi ospiti, ma cittadini. È garantire che la cultura, lo spazio pubblico, la vita quotidiana siano per tutti, senza eccezioni.
Perché una città, un museo, un bar o un autobus diventano davvero accessibili solo quando quel “rumore secco”, la carrozzina che sbatte contro un gradino, scompare. E resta solo il suono di una città che scorre, senza ostacoli, per chiunque.
Eligio Scatolini – Giuliana Sforza

