Congresso di volpi, strage di galline
Sì è tenuto a Tianjin, il 2 settembre, il summit dei capi di Stato aderenti all’Organizzazione di Shanghai, gruppo nato per iniziativa, soprattutto, di Cina e Russia, con finalità economico-politico-militari, non ancora esplicitate con la dovuta chiarezza.
L’evento ha avuto particolare risonanza per la coincidenza con gli 80 anni dalla fine della seconda guerra sino-giapponese, che coincide, presso a poco, con la seconda mondiale. Xi Jinping ha voluto sottolineare la necessità di “riscrivere la storia” per riconoscere il ruolo della Cina nella seconda guerra mondiale e rivalutare quello della Russia.
Mai, a dire il vero, è stato sottovalutato il ruolo della Russia, che tutti riconoscono; ma è verissimo che è difficile valutare l’importanza del ruolo cinese nella sconfitta del Giappone, forse non così grande come vuol sostenere Xi. Ma, nel ricordare la guerra sino giapponese, non si può omettere che allora non esisteva la Repubblica Popolare Cinese e che la guerra fu portata avanti dalla Cina Nazionalista di Chang Kai Shek, che divenne poi la Repubblica Cinese di Taiwan. Ma questo è stato omesso.
Ho l’impressione, quindi, che Xi stia cercando di riscrivere la storia a proprio vantaggio, come troppo spesso avviene in generale, e come sempre si fa nei regimi autoritari. Anche Putin vuole riscrivere la storia: infatti ha sostenuto che la guerra contro l’Ucraina sia stata scatenata da quest’ultima, e che Zelenski sia salito al potere con un colpo di stato. Mentre lui, ovviamente, è un vero democratico, vabbè.
Al di là di questi particolari, ciò che è emerso dal summit con maggior forza, è stato l’auspicio di un nuovo ordine mondiale, più giusto e meno “americo centrico”.
Si può non essere d’accordo?
Tutti vorremmo un mondo più pacifico e multilaterale, ma è preoccupante vedere chi ha espresso questo auspicio dal forum di Tianjin. XI Jinping governa senza opposizione, in un regime di dittatura del Partito Comunista che ha stroncato nel sangue le proteste dei giovani di piazza Tienanmen e reagito con 9000 arresti e violente cariche di polizia alle manifestazioni di Hong Kong. Dittatura che, secondo attendibili ricostruzioni, è costata più di 60 milioni di morti al popolo cinese. Putin è l’esempio tipico di deriva autoritaria, anche se, in qualche modo, più volte eletto. È riuscito a cancellare opposizione e libera informazione; ha sulla coscienza innumerevoli morti, da Navalni alla Politkovskaja, dagli ostaggi della scuola di Beslan a quelli del teatro Dubrovka; per non dire dei cittadini inermi che metodicamente bombarda in Ucraina.
Accanto a questi begli esempi, erano schierati altri campioni, a mostrare tutte le sfumature dei regimi autoritari. Da Kim Jong Un, che sarebbe patetico se non fosse uno spietato dittatore, ai capi di “democrature” più o meno raccomandabili come Erdogan, Modi e Lukashenka.
In conclusione, l’assetto geopolitico che da questo gruppo può essere prospettato non è rassicurante: concetti come pace e autodeterminazione non sembrano essere in cima ai loro pensieri.
Dall’altra parte, gli USA non offrono precedenti rassicuranti. Basti pensare alla guerra contro l’Iraq, giustificata (e non è la prima volta) sulla base di fake news costruite ad arte, e al comportamento in Afghanistan. Ma poi, con Trump che vuole annettersi Canada e Groenlandia, non c’è proprio da stare allegri.
Manca l’Europa ma, a parte la mancanza statutaria di una comune politica estera, non ha un peso militare paragonabile a quello delle altre potenze mondiali.
Siamo, direi, piuttosto inguaiati e non si vede all’orizzonte una soluzione. Speriamo che Trump molli la Casa Bianca dopo le prossime elezioni, che non è scontato. O che a qualcuno degli altri leader venga un colpo: in fondo, sono umani anche loro!
Cesare Pirozzi

