Vajont: non fu incuria, fu colpa
C’è un paese, Longarone, in provincia di Belluno. C’è un fiume, il Vajont, che scorre in una valle stretta, che ha scavato tra le montagne del Friuli e del Veneto. È un fiume che scorre silenzioso, tranquillo come quelle genti anziane che sanno di saggezza. La valle, a guardarla bene, non è per niente benevola: le pareti dei monti che la circondano sono scoscese, i sassi instabili e poi c’è lui, il Monte Toc, che gli anziani del posto chiamano “il monte che si muove”.
Ma i vecchi, si sa, parlano tanto e troppo spesso non vengono ascoltati. Non vengono ascoltati nemmeno quando qualcuno ha pensato di imbrigliare il fiume Vajont sbarrandone il suo corso con una diga. Una diga che serve per alimentare una centrale idroelettrica, indispensabile all’Italia che si trova nel pieno del boom economico, l’energia elettrica è una priorità per il Paese.
La fanno. Lo sbarramento è alto 261,60 metri (ad oggi, è ancora l’ottava diga più alta del mondo, la sesta ad arco, con un volume di 360.000 m³ e un bacino di 168,715 milioni di metri cubi). Un’opera di ingegneria italiana che fa notizia.
Ma ai vecchi non fa paura la diga, fa paura il monte che si muove. Fa paura il Toc.
E i vecchi avevano ragione. Il 9 ottobre 1963 fa freddo ed è sera. La gente di Longarone, Codissago, Castellavazzo e le frazioni di Pirago, Maè, Villanova, Rivalta, Faè nella valle del Piave, e Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Casso e la parte bassa di Erto nella valle del Vajont, dorme o si prepara a farlo. Nessuno sa che la montagna sta per muoversi davvero. Alle 22:39 il Toc cede. Collassa nell’invaso.
Scivolano giù di botto 270 milioni di metri cubi di roccia e terra, trascinandosi dietro alberi e vegetazione, in un rumore surreale, un rombo profondo, terribile. Il lamento delle rocce diventa un ruggito che incute paura. Il Monte Toc prende il posto dell’invaso e sposta di colpo 169 milioni di metri cubi d’acqua, che vengono mossi rabbiosamente verso la parte opposta della valle, colpendo Casso e Erto Basso per poi tracimare con violenza nella stretta gola sbarrata dalla diga. La gente dei paesi a valle, che dormiva ignara di quello che stava accadendo, viene travolta.
Una tragedia: 1.910 vittime, di cui 487 bambini con meno di quindici anni.
La diga del Vajont, miracolo dell’ingegneria italiana, costruita per contenere l’acqua e domarla per fornire energia elettrica, resse. Fu il Monte Toc a cedere.
La SADE (Società Adriatica di Elettricità) la voleva a tutti i costi, anche quando i tecnici cominciarono a dire che forse, lì, era pericoloso costruire perché la montagna era instabile e avrebbe potuto franare. Ma quei rapporti non vennero considerati o, peggio, vennero “aggiustati”. I vecchi lo dicevano da tempo: il Toc si muoveva e c’erano già state altre frane.
Allora la vera domanda non è “cosa è successo?”, ma “chi sapeva?”. Perché qualcuno sapeva. Ci sono rapporti, lettere, previsioni. Ci sono avvertimenti inascoltati, simulazioni ignorate. Tutto documentato. Tutto vero.
Ma nessuno ha fermato la costruzione della diga. Nessuno ha fermato la SADE. E quando finalmente qualcosa si muove, è solo per dare un contentino alle famiglie, alle inchieste, ai giornali. Nel 2008 la Corte di Strasburgo ha detto che c’era stato un insabbiamento sistematico. Ma ormai, dopo tanti anni, Longarone e le sue frazioni sono già ricostruiti. I morti, però, no.
Il Vajont non è stata solo una tragedia, ma anche un delitto con tanti colpevoli e nessun colpevole vero. È una storia italiana, di quelle che iniziano con l’ambizione e finiscono con il silenzio, un silenzio che ancora oggi fa rumore. Un rumore più terrificante del crollo del Monte Toc.
Vajont, non fu incuria, fu colpa.
Eligio Scatolini





