Paolo suicida a 14 anni. Era bullizzato
C’è un ragazzo. Quattordici anni. Si chiama Paolo. Vive a Latina, città piatta, ordinata, con le sue palazzine squadrate e le strade dritte che sembrano non finire mai. Una città che si vanta di essere tranquilla, ma sotto la superficie nasconde un provincialismo soffocante, fatto di sguardi giudicanti e di silenzi che pesano più di mille parole.
Paolo era diverso. Educato, sensibile, attento agli altri. E già alle elementari qualcuno lo prese di mira. Un compagno entrò in classe con un coltello e disse che voleva ammazzarlo. Si fece finta di niente. La scuola voltò lo sguardo, le denunce finirono in un cassetto. Da quel momento, per Paolo cominciò un lungo, silenzioso calvario.
Lo chiamavano “Paoletta”, “Nino D’Angelo”. Ridevano dei suoi capelli biondi, della sua voce, del suo modo di essere diverso. E lui, diverso, non aveva diritto di difendersi. Alle medie, alle superiori, la storia si ripeté: isolamento, insulti, sguardi di disprezzo. Eppure gli adulti continuavano a fare spallucce. “Ragazzate”, dicevano. “Non è nulla di grave”, archiviavano. Ma Paolo stava male davvero.
Il bullismo non è solo qualche scherzo crudele. È la legge del branco che si sostituisce a quella degli adulti. È un veleno che scorre nei corridoi, nelle aule, nei gruppetti che decidono chi conta e chi no. E la scuola, che dovrebbe proteggere, spesso si mostra impotente, distratta o peggio, complice.
Il 14 settembre 2025 Paolo sembra sereno. Cena con la famiglia, parla con il padre, prepara lo zaino per il giorno dopo. Nessuno immagina che sarà la sua ultima sera. Dentro di lui, però, c’è un dolore che nessuno ha visto. Non è debolezza, è stanchezza: stanchezza di essere ignorato, tradito, umiliato. Paolo decide di farla finita.
Paolo non è morto per fatalità. Paolo è stato ucciso dall’indifferenza. Dalla scuola che non lo ha protetto, dalle famiglie che non hanno saputo intervenire, dalle istituzioni che hanno archiviato, dalle persone che hanno scelto di non guardare. Latina, con il suo provincialismo e il suo quieto vivere, diventa simbolo di un’Italia che troppo spesso fa finta di niente.
Parlare di Paolo significa parlare di tutti noi. Significa capire che il bullismo non è solo un problema dei ragazzi. È il fallimento di adulti che non sanno vedere, ascoltare, intervenire. È il dolore silenzioso di chi non ha voce.
E la voce di Paolo, oggi, non possiamo più ignorarla.
Eligio Scatolini – Giuliana Sforza

