Carsulae: oltre il visibile
In una giornata di fine estate, dove il sole picchia ancora forte, la nostra comitiva percorre la strada che da San Gemini si inerpica sulle colline umbre. Ci accompagna solo il fruscio del vento che scompiglia le chiome degli ulivi e il ronzio degli insetti. Ma se uno chiude gli occhi, riesce quasi a sentire le voci di un tempo. Il rumore dei carri, le chiacchiere dei mercanti, il passo pesante dei soldati. Voci che, secoli fa, animavano un posto che oggi è un fantasma: l’antica città romana di Carsulae.
Carsulae non è come Pompei e nemmeno come Ercolano. Carsulae non è stata seppellita dalla cenere di un vulcano e nemmeno è stata avvolta da una qualsivoglia catastrofe che l’abbia conservata. Carsulae è morta di deperimento, di lenta e inesorabile dimenticanza. Era una città, non una grande metropoli come Roma, ma un punto nevralgico lungo la Via Flaminia, l’antica via che collegava Roma con il nord dell’Italia. Aveva tutto ciò che una città romana doveva avere: un foro, un teatro, un anfiteatro, le terme e un acquedotto che portava l’acqua attinta dalle sorgenti vicine.
Ma poi, il vuoto. Nel IV secolo d.C., la crisi dell’Impero arrivò a Carsulae non con la furia di una tempesta, ma con un silenzioso, profondo lamento. La Via Flaminia, un tempo pulsante di vita, si fece deserta. I passi e le voci che l’animavano sparirono poco a poco e la città, che di quei passi viveva, si svuotò pezzo dopo pezzo. Non fu un terremoto a portarla via, né l’assedio di un esercito. Fu il dolore lento e straziante dell’abbandono, come un cuore che lentamente smette di battere senza fare rumore.
Oggi noi passeggiamo tra le sue rovine, immaginandola com’era negli antichi fasti. Le sue pietre, consumate dal tempo e dalle intemperie, quasi ci sembrano sussurrare storie, e forse lo fanno. Immaginiamo il foro, il centro nevralgico della città, oggi un’immensa spianata erbosa, ma lì un tempo si incontravano senatori, commercianti, gente comune. Le colonne di due tempietti gemelli, foderati di lastre di pietra rosa, sembrano sentinelle a guardia di quello che resta di quel luogo di culto.
E poi c’è l’anfiteatro, incastonato nel fianco della collina. Non è grande come il Colosseo, ma ha un fascino tutto suo, un’eco che non è un semplice rimbalzo di suoni ma è di più, è un eco che riporta alla mente le risate, gli applausi, i drammi di un tempo. Poi ci sono le terme, dove i cittadini di Carsulae si bagnavano, si rilassavano e facevano affari. Le loro voci, i loro schiamazzi, sono ancora intrappolati tra le pietre.
Ma il pezzo forte è la Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, costruita proprio in mezzo alle rovine sfruttando un edificio preesistente. Appare come un’anomalia, un anacronismo che rende questo sito ancora più irreale. Sembra che la sua presenza sia una sorta di monito a dirci che nel posto dove la vita sembra essersi fermata, la fede ha continuato a vivere.
Carsulae è un luogo che non è per tutti. Va goduta camminando lentamente sulle lucide pietre antiche del suo cardo e del suo decumano. Non è un’attrazione turistica chiassosa e affollata, ma è un posto per chi ha voglia di ascoltare e per chi pensa che le città non muoiano mai realmente, ma che i loro fantasmi rimangano lì a vegliare su quel che resta di loro.
Basta semplicemente chiudere gli occhi per vederli, le orecchie per ascoltare ancora una volta le voci di Carsulae. Noi l’abbiamo fatto. Abbiamo trasformato l’ultimo scampolo d’estate in momenti immersivi nella storia di Roma e della sua città in territorio umbro.
di Eligio Scatolini
Sito ufficiale: https://www.carsulae.info/
Noi: Eligio, Tina, Letizia, Roberto, Ascanio, Elena, Maria Rosaria, Giovanni, Moreno, Valentina, Giorgio, Giuliana, Odoardo, Onorina. Salvatore e Rosaria con la loro figlia, la piccola Adelaide, non c’erano fisicamente ma la loro presenza era palpabile tra noi.


