Un fiume blu tra ribellione, illusione e libertà
Siamo in un Brasile prossimo venturo, ma così vicino a noi che il paesaggio urbano e quello naturale sono esattamente quelli del presente Il governo decide di mettere tutte le persone anziane, non solo in pensione, ma proprio a riposo, in senso letterale. Non devono fare più niente. È la situazione strana che ci propone subito dopo le prime scene Il sentiero azzurro. Scopo della misura: fare spazio lavorativo ai giovani. A chi rientra nell’elenco dei collocati in immobilità, volenti o nolenti, viene elargita una medaglia finta d’oro e una documento d’identità digitalizzato, con tutti i loro dati. Sono inoltre affidati alla custodia di un familiare giovane, e non possono comprare nulla o fare alcun viaggio, senza il permesso di questi. Sono messi, inoltre, in lista per essere presto trasferiti in una colonia, sotto la cura e la custodia governativa.
Non tutte le persone accettano questa improvvisa, assurda misura. Una di queste è Tereza. Affidata alla responsabilità della figlia, alla fine – dopo vari tentativi falliti – riesce a svignarsela. S’imbarca su un battello, pagando una specie di disperato contrabbandiere fluviale abbandonato dalla sua donna, alla ricerca di un uomo che ha un aereo superleggero. Almeno una volta nella vita vuole volare, cosa che non ha fatto mai. E vuole farlo senza che qualcuno le chieda quel maledetto documento elettronico che le impedisce di farlo e la rispedisce subito a casa. Inizia così un viaggio, il quale è come fosse un vero e proprio viaggio di formazione giovanile. Le situazioni estreme del fiume e della foresta la costringono a tirare fuori tutte le risorse più nascoste e inaspettate anche a lei stessa. Man mano che il viaggio procede scopre una dimensione nuova, un senso di ribellione e libertà che prima non aveva mai sperimentato, avendo sempre lavorato, accudito la casa, cresciuto i figli. Ribellione, intima, placida, ma pur sempre determinata.
In un luogo a lei sconosciuto – e che nessuno vuole dirle dove sia – di quel fiume c’è anche un Eldorado. Si chiama IlPesce Dorato, e lì balugina il miraggio della ricchezza, ma anche quello dell’illusione e dell’estremo rischio. E forse è proprio questo che attira Tereza. Credo quia absurdum, proprio perché è assurdo ci credo. Ma intanto fa un altro favoloso incontro liberatorio, incarnato in Roberta, una navigatrice che campa vendendo Bibbie in formato di tavolette elettroniche per 250 reales nei villaggi stanziati lungo il fiume. Tereza diventa esperta pilota di battelli e venditrice biblica; Roberta le mette in tasca bei soldi e le fa celebrare esteriormente e interiormente lo scampo definitivo dalla colonia governativa. Davvero un piccolo prezioso paradiso acquatico. Il Pesce Dorato, però, è sempre lì da qualche parte del fiume, e non cessa il suo richiamo inconscio in Tereza.
Un film che ti rimette in pace con il cinema, proprio perché pur non essendo una grande opera, restituisce una dimensione di atavico racconto serale, notturno. Di quelli attorno al fuoco tribale, o al camino domestico, sul senso della vita e su quelle situazioni, che proprio perché tanto strane ti risuonano dentro, tanto più De te fabula narratur. E senza un finale banalmente consolatorio.
Regia: Gabriel Mascaro. Tereza: Denise Weinberg. Roberta: Miriam Soccaras. Distribuzione: Officine Ubu. Durata: 85 minuti.
di Riccardo Tavani

