Effetto Mamdani

Sembra che anche da noi ci sia un “effetto Mamdani”, visto che dalla sinistra italiana si è alzata una voce a favore di una tassa sulle grandi ricchezze.

Non è una proposta rivoluzionaria: in molti Paesi (democratici e capitalisti, beninteso) i patrimoni sono tassati in diversi modi. Nel secolo scorso il welfare britannico è stato costruito con il forte contributo delle tasse di successione, che sono una forma di imposta patrimoniale. Anzi, a tal proposito ricordo che qui da noi questo tipo di imposta era stata abolita (guarda caso) da Berlusconi e reintrodotta dal governo Prodi, ma con una certa timidezza: il 4% (flat) per i beni devoluti a favore del coniuge e dei figli, con franchigia pari a 1 milione di euro per ciascun erede. In Francia, per fare un paragone, l’aliquota per le stesse categorie è progressiva e va dal 5 al 45%, con franchigia di soli 100.000 euro. Nel Regno Unito l’imposta è del 40%, dieci volte più che in Italia, con una franchigia di meno della metà.

Ho già ricordato nel precedente numero di Stampacritica che in Svizzera, che noi consideriamo un Paese fondato sulle banche, c’è una vera e propria tassa patrimoniale che può arrivare all’8 per mille, in rapporto al fabbisogno del bilancio cantonale. Ma anche Spagna e Norvegia hanno tasse sul patrimonio netto, e la Francia sul patrimonio immobiliare. Sono scelte legittime, che non violano i principi dell’economia liberale: non c’è nulla di “comunista” nelle tasse patrimoniali, checché ne dica Trump. Al contrario, il concetto di tassare i ricchi più dei poveri è sempre stato uno dei capisaldi del liberalismo. Ovviamente, quanto più un Paese ha lasciato crescere il debito pubblico, tanto più questo è necessario.

L’argomento ha suscitato un po’ di polemiche, facendo venire allo scoperto il sentire dei politici. La presidente del consiglio ha subito voluto rassicurare i cittadini: finché c’è la destra al governo, non ci sarà nessuna patrimoniale. Evidentemente la destra vuol continuare a spremere il lavoro dipendente, mettere accise e tagliare le risorse a sanità e scuola, pur di salvare i grandi patrimoni da piccolissime imposte, che di certo non li impoverirebbero.

Conte si è smarcato subito con una delle frasi più ipocrite del linguaggio politico: “la patrimoniale non è all’ordine del giorno”. La Schlein ha invocato un provvedimento europeo, dimenticando che l’UE di regola non decide in fatto di imposte, fata salva la necessità di “armonizzazione” entro certi limiti IVA ed accise. E anche questo mi puzza di ipocrisia.

Ma poi, di quanti soldi hanno bisogno i ricchi per vivere bene? Nel 2016 Bill Gates ha dichiarato che il 95% del suo patrimonio non serve né a lui né alla sua famiglia. La cantautrice americana Billie Eilish ha donato 11 milioni di dollari per progetti contro la fame, la crisi climatica e l’inquinamento, dichiarando: “Che senso ha accumulare ricchezza illimitata in un mondo limitato?” Rich e Nancy Kinder (due importanti imprenditori texani) hanno annunciato che doneranno il 95% del loro patrimonio, pari a circa 9 miliardi di dollari, per sostenere cause umanitarie.

Warren Buffett, altro noto finanziere americano, ha donato in beneficenza oltre 55 miliardi di dollari, pari a circa il 30% della sua fortuna.

Ma sono pazzi? Sono dei santi? Nessuna delle due cose. Hanno semplicemente capito che è impossibile spendere tutti quei soldi e che tenerli via è una cosa del tutto inutile, non solo per la società nel suo insieme, ma anche per loro stessi.

Allora perché lo Stato non può esigere una piccolissima percentuale dai grandi patrimoni, come chiedono Mamdani e Landini?

In realtà Mamdani ha proposto una addizionale del 2% sui redditi superiori al milione di dollari, mentre Landini (a quanto ho capito) sogna una tassa dell’1,3% sui patrimoni superiori ai 2 milioni di euro.  Sono due provvedimenti diversi tra di loro, come è diversa la situazione nei due Paesi. In effetti, in Italia ha più senso rivolgersi ai patrimoni, più che ai redditi, per diversi motivi. Uno è il diffuso fenomeno dell’evasione fiscale, per cui a molti patrimoni non corrisponde, almeno ufficialmente, un reddito adeguato. Poi c’è la necessità di riequilibrare il peso delle tasse sgravando il mondo del lavoro e della produzione. Infine, una parte  dei patrimoni è del tutto improduttiva. In ogni caso si tratta di imposte molto piccole per ricchezze molto grandi; quindi, non c’è da scandalizzarsi né da alzare barricate. Se mai, la proposta di Landini è anche troppo timida: ma non basterebbe una soglia esente di due-trecentomila euro?

Al di là dei particolari, il fatto fondamentale è che con queste “patrimoniali” nessun ricco sarebbe meno ricco, mentre i poveri potrebbero stare un po’ meglio, se lo Stato spende il necessario per servizi come sanità, scuola ed edilizia popolare. Forse questo dà tanto fastidio alla destra?

A quanto pare, però, nessuno dei nostri ha il coraggio di agire, come Mamdani, da “democratico socialista”; eppure il socialismo democratico è nato in Europa ed ha plasmato la società europea, dotandola della rete di sicurezza sociale che ci caratterizza.

Bah… forse, coi tempi che corrono, hanno paura di fare la fine di Matteotti.

Eppure abbiamo un precedente molto importante. Mi riferisco al governo Amato del 1992/93, che prelevò da tutti i conti correnti bancari e postali il 6 per mille. Fu una manovra da 93.000 miliardi di lire (la più importante dalla nascita della Repubblica), che comprendeva, tra l’altro, l’abolizione delle “pensioni baby” ed una tassa del 2-3 per mille sui fabbricati. Quel governo era composto non soltanto da socialisti e socialdemocratici, ma anche da partiti conservatori come il partito liberale e la democrazia cristiana. Fu un’operazione drastica, che non mandò sul lastrico i risparmiatori italiani, anzi li salvò dal rischio di una crisi economica che anche per loro sarebbe stata devastante.

C’è poi una cosa che mi ha lasciato sempre perplesso. L’Italia ha la terza riserva aurea del mondo (dopo USA e Germania); secondo i dati ufficiali della Banca d’Italia, ammonta a circa 2.452 tonnellate (stima del 2024). Ai prezzi attuali dell’oro, la nostra riserva vale 278,8 miliardi di euro. Equivale al 12,5-13% del PIL italiano, mentre la riserva USA (quella leggendaria di Fort Knox) equivale a un misero 3% e quella tedesca all’8% circa: come rapporto con il PIL la nostra riserva aurea è di gran lunga la prima al mondo. Ma non sarebbe saggio venderne un 1 o 2%, ovviamente quando necessario e per scopi ben precisi? E se anche passassimo dal terzo al quarto posto nella graduatoria mondiale delle riserve auree, sarebbe forse una disgrazia?

di Cesare Pirozzi

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