Il grande fratello

Confesso di essere stato molto colpito dall’azione ordinata da Trump nei confronti del presidente venezuelano Maduro. D’istinto, mi è sembrata un’azione violenta, contraria al convivere civile. Onestamente sapevo poco di Maduro: si tratta davvero di un narcotrafficante o addirittura un narco-terrorista, come affermato dal governo USA? Difficile saperlo, per un privato cittadino come me, che osserva queste cose dall’Italia. Ma, in ogni caso, si giustifica l’azione militare con cui il Presidente venezuelano è stato arrestato, o rapito? Possiamo davvero considerarlo un legittimo “intervento di natura difensiva”, come dichiarato da Palazzo Chigi? O forse è lecito attaccare qualunque Paese governato da una “democratura” o da una dittatura? E, se la risposta è positiva, perché l’uno e non l’altro, tra i troppi con un governo poco democratico?

Forse il mio allarme derivava dal fatto che questo “arresto” è stato portato a termine con l’impiego di ingenti forze militari (150 aerei e non si sa quanti uomini ed elicotteri), che hanno lasciato sul campo almeno 100 morti e altrettanti feriti. Ma se si aggredisce militarmente un Paese straniero, se vi si penetra in armi bombardando e uccidendo, non è il caso di usare un termine più appropriato, cioè “guerra”? Ci ho pensato a lungo, senza trovare un’alternativa: sì, mi sembra proprio che questo sia un atto di guerra.

In teoria, ogni guerra intrapresa dagli USA dovrebbe essere autorizzata dal Congresso: questo dice la Costituzione americana. Peccato che l’ultima volta che il Congresso lo ha fatto sia stato nel lontano 1942. Successivamente (Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria) i Presidenti americani sono entrati in guerra senza l’autorizzazione del Congresso. Come dire: 80 anni di illegalità, i cui risultati non sembrano molto brillanti.

Paradossalmente, se il Segretario della Difesa USA è stato oggi ribattezzato Segretario della Guerra, dovremmo concludere che le sue azioni sono comunque atti di guerra. Ma la logica non è il forte dell’amministrazione americana, a quanto pare.

Abbiamo, quindi, un “ministero” della guerra ma, per non assumersi responsabilità eccessive, è invalso l’uso di non pronunciare la parola “guerra” per le cose che fa: si preferisce indorare la pillola con locuzioni come “operazione militare”, “cattura di un criminale internazionale”, “law-enforcement operation” e via parafrasando.

Un po’ come l’”operazione militare speciale” di Putin.

Tanto, cosa fatta capo ha. D’altra parte, si tratta solo della cattura di un criminale (Venezuela), o della rimozione di un regime nazista (Ucraina).

O forse no.

Infatti, non ci ha messo molto Trump a chiarire che in realtà gli USA vogliono il petrolio e il gas venezuelano. E già. Trump ha scritto sul suo social (non per niente chiamato “truth”: verità) che gli USA non avrebbero consentito che il Venezuela continuasse a tenere “tutto il petrolio, la terra e gli altri beni che ci hanno precedentemente rubato”. Rubato la propria terra? Se l’affermazione è addirittura ridicola riguardo alla “terra e gli altri beni”, è completamente falsa riguardo al petrolio. Trump, forse, è troppo occupato a far casino in giro per il mondo, per ricordare che la nazionalizzazione del petrolio è avvenuta nel lontano 1976, con un lungo e graduale processo, ritenuto perfettamente legale da tutti i Paesi del mondo. Le compagnie straniere che operavano in Venezuela sono state indennizzate (con un miliardo di dollari nel 1977, secondo il NYT) e, in alcuni casi, hanno continuato a operare come fornitori di servizi e partner tecnici. Tanto è vero che il principale partner della Petróleos de Venezuela (PDVSA) è al momento l’americana Chevron Corporation. È pur vero che ancora si trascinano vertenze legali internazionali e che alcune compagnie petrolifere pretendono ulteriori indennizzi; ma vi sembra possibile che uno Stato (gli USA) intervenga militarmente per riscuotere i crediti di compagnie petrolifere private? Certo è che “le aziende del settore dei combustibili fossilihanno investito più di 96 milioni di dollari per la rielezione di Trump, e circa 245 milioni per fare lobby al Congresso. A queste somme si aggiungono altri 80 milioni in campagne di comunicazione e una cifra imprecisata investita attraverso i cosiddetti “dark money groups”, ovvero gruppi di donatori che investono in politica senza rivelare la propria identità, grazie a buchi legislativi che di fatto lo consentono” (Altreconomia, 6 Gennaio 2026).

Di fronte a una situazione così opaca, viene spontaneo chiedersi se anche l’accusa di narcotraffico e narco-terrorismo, per la quale Maduro è stato “arrestato”, sia da prendere sul serio.

Per rispondere, ancora una volta, basta guardare i dati ufficiali. L’incriminazione di Maduro non è opera di un tribunale, ma del governo americano e, in particolare, del Dipartimento della Giustizia, presieduto da un procuratore generale nominato dal Presidente. Si “presume” che il procuratore operi in modo indipendente, ma non ci metterei la mano sul fuoco, dal momento che fa parte di un organo politico. Né possiamo sapere quali elementi d’indagine, o quali prove abbiano portato all’incriminazione, perché sono stati segretati. Il Dipartimento sostiene, e non è dato sapere su che basi, che Maduro abbia finanziato con i proventi del narcotraffico le FARC, movimento guerrigliero colombiano (non venezuelano) che, però, si è sciolto già da anni, dopo una complessa trattativa col governo colombiano. Una storia, come si vede, un po’ fumosa, condita da un evidente conflitto di interesse: il Venezuela non produce cocaina, le FARC non sono venezuelane e, comunque, non ci sono più, ma  Maduro è un narco-terrorista; mentre il governo americano, che accusa Maduro, ha dichiarato di volere il petrolio legalmente posseduto, e non rubato, dal Venezuela.

Comunque, la principale accusa è stata ritirata davanti al tribunale che dovrà giudicare Maduro: “IlDipartimento di giustizia statunitense ha ritirato l’accusa contro il Presidente Maduro di essere il capo delCártel de los Soles, dichiarando di non poter provare l’esistenza dello stesso cartello e sostituendo la precedente accusa con un non ben specificato coinvolgimento in attività di corruzione e narcotraffico. L’accusa di essere il boss del presunto cartello costituiva la base legale e politica dello stesso rapimento di Maduro” (https://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Absolute_Resolve). Avete capito bene: la principale accusa, per la quale Maduro è stato “arrestato”, è stata ritirata dal Dipartimento della Giustizia, non appena Maduro è stato presentato davanti al giudice; il “cartello”, di cui era accusato di essere il capo, a quanto pare non è mai esistito.

Un fulgido esempio di coerenza e, tra l’altro, di separazione delle carriere!

Non mi sembra che l’impianto accusatorio sia molto credibile; per lo meno, è tutto da dimostrare. Eppure Palazzo Chigi ha ufficialmente dichiarato che “considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza”. Beata innocenza!

Comunque, senza por tempo in mezzo, Trump si è già riunito con gli esponenti delle principali compagnie petrolifere del mondo.

Tra queste figura anche l’ENI, già operante nell’estrazione del gas venezuelano e, sembra, creditrice nei confronti di PDVSA. Beh… forse adesso il quadro “politico” (mi si passi il termine, anche se si tratta di affari) è più chiaro.

“Ci stiamo riprendendo ciò che ci è stato tolto” ha ribadito Trump, parafrasando inconsapevolmente la frase resa celebre da Gomorra (“Mo ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ’o nuost’”). Ed ha aggiunto che stabilirà lui chi potrà lavorare in Venezuela e chi no. Sembra proprio di sentir parlare il boss di Secondigliano!

Si direbbe che Trump non si renda conto della gravità delle cose che dice; è come se si sentisse al di sopra di ogni critica o controllo. Per esempio, inveisce contro i senatori repubblicani che hanno votato per limitare i suoi poteri, approvando una mozione che gli vieta ulteriori azioni contro il Venezuela. Nella sua recente intervista al New York Times ha chiarito bene la sua posizione:  “non ho bisogno del diritto internazionale”. “C’è una cosa, la mia morale personale, la mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi”. Morale che non gli ha impedito di mentire platealmente sull’assassinio di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’ICE, diventata ormai una sorta di milizia privata al servizio della Casa Bianca. Ma chi potrebbe fare queste affermazioni se non un dittatore?

In conclusione, questa grave e drammatica vicenda mi ha suscitato dubbi altrettanto gravi e drammatici: siamo sicuri che gli USA siano ancora una democrazia? e siamo sicuri che siano ancora il nostro migliore alleato?

di Cesare Pirozzi

Please follow and like us:
fb-share-icon
Wordpress Social Share Plugin powered by Ultimatelysocial
WhatsApp
YouTube
Copy link
URL has been copied successfully!