Senza fine: l’uomo che ha sfidato l’oscurità con una canzone
Questa è una storia che sa di fumo, di sale e di un proiettile rimasto a guardare il cuore per sessant’anni. È la storia di un uomo che non ha mai avuto paura di guardare dentro l’oscurità, trovandoci, ogni tanto, una melodia bellissima e disperata.
Gino Paoli se n’è andato, lasciandoci in quel silenzio assordante che segue la fine di un grande concerto. Era l’ultimo dei poeti maledetti di una Genova che non esiste più, quella dei vicoli stretti e dei cantautori che scrivevano canzoni con il bicchiere in mano e lo sguardo rivolto al mare.
Tutto comincia in una stanza, appunto. Ma non una stanza qualunque. È una stanza con le pareti viola, dove il soffitto sembra non esserci più perché l’amore, quello vero, spalanca gli orizzonti. Con Il cielo in una stanza, Paoli cambia tutto. Non è solo musica leggera: è rivoluzione. Mentre l’Italia del boom cantava di cuori e fiori, lui portava nelle radio il desiderio nudo, l’estasi che si fa spazio tra quattro mura.
Poi arriva Sapore di sale. È l’estate del 1963, le spiagge sono piene, ma la sua canzone non è un tormentone allegro. È una fotografia malinconica del tempo che passa, del sale che brucia sulla pelle e nei ricordi. È musica che profuma di mare, ma un mare profondo, dove è facile perdere il fondo.
Ma c’è un capitolo, in questa storia, che sembra uscito da un romanzo nero. Luglio 1963. Gino è giovane, è famoso, ha tutto. Eppure, dentro, c’è un vuoto che non si colma. Prende una pistola e spara. Un tentativo di suicidio che resta sospeso nell’aria come una nota stonata. Il proiettile si conficca vicino al cuore, ma decide di non esplodere, di non uccidere. Rimane lì, incapsulato, come un ospite indesiderato che lo accompagnerà per il resto della vita. Un monito costante che la bellezza e il dolore viaggiano sempre sullo stesso binario.
La vita di Paoli è stata un intreccio inestricabile di note e passioni travolgenti. C’è stata Anna, la prima moglie. E poi c’è stata Ornella Vanoni, un amore che era un incendio, una tempesta di sguardi e canzoni eterne come Senza fine. E ancora Stefania Sandrelli, una musa giovanissima per la quale scrisse Sapore di sale, sfidando le convenzioni di un’Italia ancora bigotta.
Gino amava le donne come amava le sue canzoni: con un’intensità che a volte faceva male. Negli anni della maturità ha trovato la pace accanto a Paola Penzo, ma l’anima è rimasta quella del gatto che guarda il mondo dall’alto di un tetto, sornione e un po’ cinico.
Oggi che la musica si è fermata, ci resta l’immagine di un uomo con gli occhiali scuri e la voce stropicciata dal tabacco. Un uomo che ha saputo cantare l’invisibile e che, finalmente, ha scoperto cosa c’è oltre quel soffitto che non esiste più.
di Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

