In Iran non la guerra ma scalfire la roccia

Potremmo dire che è un falso documentario, per quanto è girato e montato bene come un film narrativo vero e proprio. Questo per ribadire ancora una volta quanto il cinema di alta qualità sappia scavalcare i generi per meglio piantare i chiodi di verità esistenziali lampanti in forma d’immagini che ti entrano dentro. Non è un documentario sulla guerra che sta investendo l’Iran sotto i bombardamenti americani e israeliani. No, la vicenda al centro di Scalfire la roccia, della coppia Sara Khaki e Mohammadreza Eyni, si svolge lontano da Teheran e dagli altri siti colpiti. Riguarda uno sperduto villaggio rurale, con le strade bianche sterrate, nel nord-ovest del Paese. Ed è un documentario quanto mai reale e di elevata qualità cinematografica, costato sette anni di riprese ravvicinate, dialoghi con la protagonista e la popolazione della zona. Non c’è un filo d’intervista, tutto si svolge in presa video e audio in diretta, e messo insieme con un cosiddetto montaggio cinematografico alternato, ma anche con discreti piani sequenza. Ci sono citazioni indirette da Abbas Kiarostami, soprattutto per le riprese delle strade polverose percorse dalla moto o dall’auto di Sara; di Jafar Panahi, per i temi della resistenza sociale a lui cari e l’inquadratura di una partita di calcio femminile; di Asghar Farhadi, per un incredibile scena, nella quale la l’adolescente andata a vivere nella casa di Sara è convocata davanti un giudice di tribunale a rendere conto del rifiuto di sposare un uomo di una trent’anni più grande di lui. Ma soprattutto, in questo film, si sente la lezione di tante giovani donne iraniane che hanno impugnato una cinepresa, una telecamera e sono andate in ogni posto del loro Paese a mostrare la vera faccia della realtà.

In questo villaggio vive Sara Shahverdi, ostetrica, motociclista, divorziata, paladina della quotidianità delle sue compaesane e delle sue stesse familiari, contro la prepotenza anche spicciola di fratelli e mariti di spogliarle dei loro beni e diritti. Anzi, riesce a persuadere i mariti a cointestare la proprietà della casa alla mogli, in cambio del suo aiuto a ottenere un prestito o l’allaccio di un’utenza domestica. Tra tutti i candidati maschi, lei, unica donna, infatti, riesce a farsi eleggere con il maggior numero di voti nel consiglio comunale. Intensifica le sue battaglie. Subito fa arrivare le ruspe per sistemare le strade, fare portare il gas in tutte le case, e intensifica la sua battaglia contro l’imposizione del matrimonio alle  ragazzine, a volte ancora neanche adolescenti. Una di queste se la prende in casa e le insegna l’arte della maieutica, dell’ostetricia, e a guidare la moto. Nel consiglio comunale è stato eletto anche un suo fratello, ma questi fa del tutto per ostacolarla. Era lo stesso fratello che aveva convinto le altre donne di casa a firmare una carta con la quale rinunciavano spontaneamente a quanto spettava loro dei beni familiari in eredità. Un fratello che non le aveva mai perdonato di averlo costretto a stracciare quel documento.

Di fronte al successo delle sue iniziative pratiche e al consenso sempre maggiore che sta ottenendo anche tra la maggioranza dei maschi, e non escluso l’insegnamento della guida motociclistica a tutte le ragazze della zona (consenzienti i genitori), viene sferrata contro di lei una controffensiva diretta, sulla persona, addirittura sulla sua sessualità, costringendola a umilianti visite mediche. L’attacco è totale, frontale, riguarda l’intera sua vita personale e politica, sociale. E qui capiamo quanto una guerra, il rovesciamento d’un ammasso di bombe fisiche e ideologiche, non possa minimamente cambiare, non tanto un odioso regime oppressivo, quanto un radicamento mentale, culturale, di costume patriarcale. Certamente la caduta della teocrazia al potere è indispensabile, urgente. Ugualmente, però, solo l’opera di dedizione quotidiana nello scalfire la roccia, di migliaia di donne in ogni angolo del pur vasto Iran, è in grado di penetrare sotto la pelle di quelle menti imbiancate come sepolcri, sterrate, dissestate come le strade che però Sara e le sue ragazze dimostrano di potere affrontare, percorrere per raggiungere mete ora sbarrate. Candidato all’Oscar 2026 come Migliore Documentario. Distribuzione Wanted Cinema. Durata 95 minuti.

di Riccardo Tavani

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