La storia di Vittorio Di Dario, partigiano studente 

Tra le pagine della nostra Resistenza, del nostro 25 aprile e della nostra Liberazione ci sono storie ancora da scoprire, storie da ricordare, storie da ricomporre. Ci sono storie come quella di Vittorio Di Dario, partigiano, studente, martire della libertà.

Una storia che inizia da una targa in una via, a Faleria, in provincia di Viterbo, perché proprio da qui inizia la sua vicenda. Con una migrazione comune a tante famiglie italiane del primo Novecento: suo padre Carlo, nato nel comune della Tuscia, si era trasferito in Piemonte per servizio come maresciallo dei carabinieri. Vittorio nasce e cresce a Torino: è un ragazzo brillante, studioso, che dopo il diploma magistrale sceglie di iscriversi alla Facoltà di Lettere per studiare lingue straniere.

È negli anni dell’università che la sua coscienza politica si risveglia. Insieme all’inseparabile amico Vinicio Culeddu e a un gruppo di compagni — tra cui Fred Tordella e Gastone Cottino — Vittorio inizia a frequentare gli ambienti del liberalismo clandestino. Insieme decidono di non restare a guardare: fondano il giornale clandestino “Gioventù Liberale”, lo distribuiscono illegalmente, trasformano la cantina della famiglia Di Dario in un deposito di armi per le prime brigate partigiane. Decidono di non essere indifferenti, di fare la loro parte.

Sono degli eroi semplici, eroi che non sanno di esserlo. E la loro vita va avanti, come quella di tanti altri giovani. Vittorio si innamora. Conosce Valeria, le parla del suo gruppo, la presenta agli amici. Non sa che la ragazza nasconde un segreto: collabora con le forze fasciste. Sarà lei a tradire il gruppo, denunciandoli al Tribunale Speciale. Mentre nove dei suoi compagni finiscono in manette e rimarranno alle Carceri Nuove fino alla Liberazione, Vittorio e Vinicio riescono a sfuggire alla cattura. Scelgono la via dei monti, riparando nelle Langhe per unirsi alla I Divisione partigiana del leggendario Comandante Mauri.

Dalle lettere inviate al padre emerge il ritratto di un giovane che affronta la durezza della guerra con una maturità precoce. Scrive dei turni di guardia, dei prigionieri, dell’arrivo di russi, di cecoslovacchi che si uniscono alle brigate. Scrive dei nazisti, dei fascisti della Littorio. Racconta la vita con occhi giovani: “Sono sempre in compagnia di Vinicio e Lalla e facciamo delle belle passeggiate. Primule, violette e margherite ed altri fiori annunciano la primavera imminente”.

Quella primavera, Vittorio Di Dario, non la vedrà mai. E’ l’inizio del marzo del 1945, alla Liberazione manca poco più di un mese, durante uno spostamento tra le colline innevate del Bricco Berico, il loro distaccamento viene intercettato dai “Cacciatori degli Appennini”, un reparto fascista. Nella confusione dello scontro Vinicio cade. Vittorio è in salvo, ma non può lasciare l’amico, così si ferma per soccorrerlo.

Vengono catturati entrambi. La mattina seguente, a Murazzano, vengono portati davanti al plotone d’esecuzione. Le cronache dell’epoca raccontano un dettaglio: i due giovani sfidarono la morte camminando a braccetto verso il muro, sorridendo con una serenità che solo chi è convinto della giustizia della propria causa può avere.

Come un bel fiore in boccio, che la falce

recide, il piombo iniquo l’ha abbattuto

– recita il ricordo funebre fatto stampare dalla famiglia e dagli amici –

a lui ogni pensiero, ogni saluto

oggi, domani e sempre.

 

Non pianti per chi cade per la Patria,

libera e grande, ma un ricordo e un fiore:

l’ucciso per l’idea giammai non muore

del tutto, ché il suo esempio

 saprà per sempre accendere nel cuore

nostro una fiamma di sublime amore

di Lamberto Rinaldi

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