Polvere, carbone e tradimento: il calvario di Marcinelle rivive a teatro
Il sipario si apre su una ferita ancora aperta della nostra storia collettiva, quella che Ariele Vincenti definisce, senza troppi giri di parole, la terza guerra mondiale dell’Italia. “Marcinelle, storia di minatori” non è solo la cronaca di un disastro, ma il racconto viscerale di un grande inganno ordito ai danni di uomini che avevano scelto di partire per fame di futuro. Attraverso lo sguardo di quattro lavoratori, lo spettacolo ripercorre quel viaggio che doveva durare 28 ore e che invece si consumò in quasi cinque giorni, portando i nostri connazionali direttamente nelle viscere della terra belga, in alloggi di fortuna ricavati da ex campi di concentramento tedeschi.
La narrazione di Ariele Vincenti, frutto di una ricostruzione storica e linguistica minuziosa, si muove tra il fragore del martello pneumatico e il silenzio assordante dell’ingiustizia. In scena, il destino di 262 uomini, tra cui 136 immigrati italiani, diventa il destino di un’intera nazione: a Marcinelle morì l’intera penisola, unendo in un’unica tragedia abruzzesi, veneti, marchigiani e meridionali sotto una coltre di polvere e carbone. La stessa coltre che per anni ha tenuto nascosta e dimenticata questa storia. La regia, sostenuta da Alt Academy e Teatro Stabile d’Abruzzo, sceglie di rifuggire la retorica per concentrarsi sulla verità dei corpi e dei suoni. Mentre sul palco le scene di Alessandro Chiti prendono forma sotto gli occhi del pubblico, le interpretazioni di Francesco Cassibba, Sarah Nicolucci, Giacomo Rasetti e Vincenzo Tosetto restituiscono l’umanità di un’epoca dominata dal lavoro disumano, ma illuminata da piccoli, preziosi frammenti di vita quotidiana.
Una vita difficile, dentro le miniere ma anche fuori. Una vita fatta di ordinaria discriminazione, di cartelli nei bar di Liegi che vietavano l’ingresso “agli italiani e ai cani”, di umiliazioni come quella subita anche da chi era accorso per celebrare i trionfi ciclistici di Fausto Coppi. Tra il cigolio dei carrelli e le musiche di Tiziano Gialloreto, lo spettacolo alterna la durezza del pozzo alla tenerezza delle partite a carte e delle telefonate a casa, ridando voce a chi per troppo tempo è rimasto sepolto dal silenzio.
Un’opera con cui Ariele Vincenti prosegue il suo impegno artistico e civile nel recupero della memoria così come fatto con le storie di Agostino Di Bartolomei, di Trilussa o delle violenze subite dalle donne ciociare durante la Seconda Guerra Mondiale. Stavolta lo fa portando la tragedia di Marcinelle nelle scuole e nei teatri d’Italia, convinto che il teatro debba emozionare, interrogare e, soprattutto, impedire che il passato svanisca nel vuoto dell’indifferenza.
Lamberto Rinaldi

