Attraverso Mozia: un anglo-siculo e i fenici rimasti in noi
Situata davanti Marsala, i siciliani chiamavano quest’isoletta San Pantaleo; poi arriva un palermitano d’origine britannica, la compra e le restituisce definitivamente il suo vero nome fenicio risalente a duemilaseicento anni prima: Mozia. Lui è Joseph, o Giuseppe, o Peppino, o Pip Spatafora Whitaker, di nobile famiglia dello Yorkshire, ma nato nel 1850 a Palermo. Nel 1902 convince U Patri Ninu, al secolo Antonino Monteleone, a cedergli l’intera proprietà per iniziare una seria, sistematica campagna di scavi archeologici. Talmente seria che ancora oggi continua. E qui s’innesta il documentario di Salvo Cuccia, Attraverso Mozia. Da una notte che precede l’alba a quella successiva dopo il tramonto, le immagini del film ci svelano le radici di civiltà fenicia dell’isola, sepolte sì sotto la violenza della Storia, compresa quella dei sacrifici umani che a Mozia si praticavano, ma riaffioranti in noi attraverso le voci di chi torna ad attraversare l’isola, i barbagli di luce, gli scatti fotografici tra i resti calcinati, lo splendore scultoreo del Giovane di Mozia.

L’idea nasce dall’incontro tra il regista e Lidia Tusa, la figlia di Vincenzo Tusa, l’archeologo e sovrintendente all’antichità in Sicilia che negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso impresse una svolta decisiva a quegli scavi. Altro figlio di Tusa è Sebastiano, anche lui archeologo, paleontologo, assessore regionale ai Beni Culturali, in precedenza dirigente della sezione beni archeologici della soprintendenza a Trapani, della cui provincia Mozia fa parte. Man mano la notte d’inizio film sbiadisce, lasciando apparire sotto il primo sole basso vari scorci dell’isola. Poi adiacente alle saline sulla terraferma, si scorge il moletto, il piccolo imbarcadero per raggiungere l’antistante, quasi attaccata isola. Due figure riprese da lontano, che un movimento della macchina da presa in avvicinamento dal mare ci svela. Lidia Tusa non è tornata sola. Con lei c’è un altro ragazzino adottivo di Mozia, Orlando Mostyn-Owen, figlio di Gaia Servadio, la giornalista e scrittrice che è stata tante volte lì, ha conosciuto la famiglia Tusa, dando poi alle stampe il suo importante libro Mozia. Fenici in Sicilia. Salvo Cuccia, però, non si accontenta soltanto di questi due pur cruciali voci e memorie narrative. Ne convoca altre dentro il presente del film. Tra esse la fotografa francese Anne Immelé, insieme alla direttrice del Museo di Mozia Maria Pamela Toti, archeologa, come il collega romano Lorenzo Nigro, e quello siciliano Gioacchino Falsone, cui fa raccontare la sua clamorosa svista sul ritrovamento del Giovinetto di Mozia. Voci e immagini che entrano in intima risonanza acustica e visiva con le tante che riaffiorano dal passato sedimentato negli archivi cui attinge: quelli di Claudio Torri e della Fondazione Whitaker. Tanto da poter affermare che l’opera di Salvo Cuccia è una continuazione degli scavi archeologici con altri mezzi: quelli del cinema. L’inizio del film, a schermo nero e voce fuori campo, spiega come l’alfabeto lasciatoci dai fenici fosse fonetico, fondato sul suono, eppure le lettere non erano prive di un aspetto iconografico. La lettera α, alfa, rappresenta la testa stilizzata del bove con le corna come vista dall’alto. Uscendo dallo schermo nero iniziale, le immagini notturne prima dell’alba iniziano ad articolare l’alfabeto, il linguaggio, la sintassi per immagini del cinema. “Mozia è un essere senziente” dice Maria Pamela Toti, dopo più di trent’anni tra quei sassi e quei reperti “Ha la capacità di assorbirti, di farti sentire parte di sé”. Così il regista, insieme alla direttrice della fotografia Clarissa Cappellani, finisce per tessere una sorta di eterno presente, di eco atemporale di fondo che sale dall’isola e avvolge chi la vive, la attraversa. E avverte, sente di doverlo fare, girando delle parti in quell’arcaico formato analogico che si chiama Super 8, proprio per mostrare epidermicamente, far percepire sensibilmente l’intreccio interiore di passato-presente che Mozia sa dischiudere all’ascolto, allo sguardo suadente di chi – se vuole svelarla artisticamente, ossia autenticamente – non può fare a meno di entrare in risonanza ancestrale con essa.
Degli sporadici scavi e ritrovamenti in quella che allora si chiamava Isola di San Pantaleo erano già stati fatti nel ’700-800, ben prima che Giuseppe Whitaker iniziasse i suoi nel 1906. Il Giovinetto di Mozia, il pezzo finora più pregiato del Museo di Mozia, è stato ritrovato 26 ottobre 1979, proprio l’ultimo giorno della campagna di scavi di quella stagione. Di lì a poco avrebbero chiuso il cantiere, quando a un pittore giovanissimo che sta ripulendo un angolo appare un pezzo di pietra insolito. L’archeologo Falsone racconta nel film che lui, sbagliando clamorosamente, sentenzia che quella è roba senza alcuna importanza. Il ragazzo continua a grattare la terra e dopo un po’ prende a urlare: “La statua, la statua!”. Ci sono voluti più di settant’anni dal primo cantiere del 1906, affinché Mozia schiudesse questo tesoro puramente divino. Si tratta di una scultura in marmo, seppure rimasta priva di braccia, dalle proporzioni auree, qualcosa che lascia sbalorditi per la perfezione geometrica resa nella sua più elevata forma d’arte e bellezza. Altri quarantasei anni dopo, il 18 luglio 2025, emerge un’altra statua, già battezzata La giovinetta di Mozia. Quando riappare anche quest’altro archeo-tesoro, Salvo Cuccia ha già finito da tempo di girare, montare, mixare il suo documentario. Film racchiuso dentro la parentesi temporale di due notti consecutive, con in mezzo un archeo-scavo – tra sole e sale – di immagini emozionali, memoriali di una civiltà che ha fatto convivere siculi e fenici, arte e commercio. Nel ritrovamento del 1979, vicino al Giovinetto di Mozia, riaffiorano anche centinaia di punte di frecce. Sono quelle scagliate dall’esercito del tiranno Dionisio di Siracusa per espugnare e sottomettere l’isola tenace nella feroce battaglia del 397 a. C. È come fossero lanciate direttamente contro quel ragazzo sì in marmo, ma nel suo splendore vivo, che aveva allora i capelli in lapislazzuli azzurri, segno di divinità, per trafiggere definitivamente la colonna portante d’arte e di sapere d’una pacifica e prospera convivenza umana. Dopo il tramonto, il lungo buio della spietatezza della Storia, Mozia l’ha restituito nella sua potente bellezza e significato senza tempo in essa riflesso. Proprio come il tramonto e la notte con cui chiude il film: un buio sullo schermo cinematografico che non potrà che riaprirsi ai raggi della realtà nell’aurora di altri ritrovamenti. Innanzitutto di quello della nostra coscienza e sensibilità – Attraverso Mozia.
Foto: Lidia Tusa e Orlando Mostyn-Owen;
Isola di Mozia e statua Giovane di Mozia.
di Riccardo Tavani

