Diario da Marrakech. La musica gnawa, dagli schiavi a Jimi Hendrix Numero 10/2024

Tra Marrakech ed Essaouira ci sono 177 chilometri. La strada è quasi tutta dritta, passa per Chichauoua, per Tafetachte e poi si unisce all’oceano. Il minivan su cui viaggiamo corre veloce tra rocce, villaggi, oliveti e piante di argan. L’autista parla solo francese, spiega qualcosa ma non riesco a capire. In sottofondo c’è una musica ipnotica, che sembra la stessa da quando siamo partiti. Chack-chack-chack. Prima lento, poi più veloce. Suono di qraqeb, le nacchere marocchine. Poi di tamburi, di mani, di sintir. Quando facciamo tappa provo a capirne di più. Con l’autista ci incontriamo a metà strada nell’inglese e mi spiega che quella è la musica gnawa, la nonna del jazz, del blues, del R&B e per alcuni tratti anche del rock. L’hanno portata qui gli schiavi che venivano dall’Africa nera, quella subsahariana, che dal porto di Essaouira, costruito nel 1764, iniziavano il viaggio della morte verso le colonie europee in America, soprattutto portoghesi.

I berberi li chiamavano così, “gnaw”, con un termine che designava tutte le popolazioni che parlavano delle lingue a loro incomprensibili. Era successa la stessa cosa a loro: “berbero”, infatti, è un calco francese di “barbaro”, parola onomatopeica che i romani si erano inventati per descrivere le popolazioni che non conoscevano il latino e che, quindi, balbettavano (“bar-bar”). È dalla parola “gnaw” che, secondo alcuni, derivano i nomi del Ghana e della Guinea.

Con i polsi legati, i fianchi riempiti di catene, queste donne e questi uomini arrivavano a Essaouira con il loro suono metallico, ripetitivo, delle manette che si sfregano tra di loro, delle catene che toccano terra. Lo stesso suono che si trova nella loro musica e che ha un legame importantissimo con la religione, realizzando un esempio di sincretismo tra la religione islamica e alcuni culti animisti diffusi per il continente. La musica gnawa, infatti, è in grado di indurre in uno stato di trance chi lo ascolta e viene suonata per evocare forze spirituali in grado di curare malattie, di guarire punture e ferite, di estirpare il male.

Una tradizione millenaria che è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dalla commissione Unesco sulla salvaguarda dei patrimoni culturali immateriali. Una tradizione che viene celebrata, ogni anno dal Festival Gnawa di Essaouira, che raccoglie oltre 400 mila visitatori. Ed è qui che, dagli anni 60 in poi, musicisti e artisti sono venuti a esplorare nuove frontiere, nuove energie. Lo hanno fatto i Rolling Stones e Robert Plant, Frank Zappa e Jimi Hendrix. Continuano a farlo oggi tanti musicisti che arrivano da ogni parte del mondo. Per continuare a scrivere una storia e una musica che è iniziata all’alba dei tempi.

Lamberto Rinaldi

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