26 bambini annegati nel Mediterraneo

Dispersi. Annegati. Inghiottiti dalle onde. Uccisi dalla fame. Uccisi dalla guerra. Uccisi da un mondo disumano. Ventisei bambini si inabissano nel Mediterraneo orientale. Erano partiti dalla Turchia su un barcone a vela. Il barcone si è capovolto dopo una esplosione. Un centinaio di persone, tra cui ventisei bambini, si sono trovati catapultati in mezzo alle onde, senza giubbotti, senza salvagenti, senza appigli a cui aggrapparsi, se non la disperazione.

Uno ad uno, i ventisei bambini sono stati risucchiati dai vortici, trascinati a fondo, senza speranza alcuna.

Annaspavano, con gli occhi sbarrati, le piccole mani cercavano altre mani, che non c’erano. Non c’erano perché affondavano.

Ventisei bambini che si dibattevano in acque burrascose, seminudi, affamati, laceri nell’anima e nel corpo. Corpicini, un ammasso di carni di circa venti chili, alla deriva, tra le onde fameliche che li inghiottono, trascinandoli a fondo.

Bambine e bambini, dai capelli ricci, ispidi, lisci, scuri e chiari, una intera umanità di piccoli, lasciati affogare senza pietà.

Piccoli cadaveri che verrano spiaggiati dalle onde sulle coste calabresi di Roccella Ionica o nelle vicinanze. Irriconoscibili. Scarnificati dai pesci che hanno divorato le loro carni. Con il volto sulla sabbia, gonfi di acqua salata, laceri e confusi. Ventisei innocenti. Tra loro Fatima, forse 5 anni, forse con gli occhi marroni, forse con un anellino al dito, forse con un fiocco legato sulle trecce. Forse. Forse. Non lo sapremo mai. Ma immaginiamo quanto a sofferto e pianto prima di affogare.

Fatima, che stringe un pezzetto di legno intagliato, tra le mani, a forma di cucchiaio.

Un cucchiaio di legno, che la mamma gli aveva dato prima di imbarcarsi, con la raccomandazione di non perderlo. “Non perderlo, tienilo sempre con te, che quando ci salveranno potrai mangiarci il riso che ci offrono”.

Fatima aveva capito che quel cucchiaio era la sua salvezza. Non lo lasciava mai. Lo teneva stretto tra le mani, con cura, come una reliquia. La sua salvezza.

Mentre affogava, Fatima, si dibatteva, cercava qualcuno che potesse prenderla e tirare su. Ma andava sempre più giù. Beveva acqua salata. Non aveva più fiato. I polmoni si erano riempiti. Non c’era più ossigeno in lei. Fatima affogava, sola, nell’immenso mare che doveva salvarla. Affogava Fatima, aveva cinque anni o forse sei. Le sue trecce, mente affondava, galleggiavano verso l’alto. Lei scendeva, piano piano verso il fondo del mare. Le sue trecce andavano verso l’alto. Cercavano aria, cercavano salvezza, le sue trecce. Mentre il mare la trascinava a fondo, Fatima stringeva tra le mani un piccolo pezzo di legno intagliato. Un cucchiaio che gli aveva regalato la mamma, raccomandandosi di non perderlo, di tenerlo sempre con sé.

Fatima ha tenuto il cucchiaio fino alla fine. Fino a quando a smesso di respirare e le mani si sono aperte, lasciando il cucchiaio. Lasciando il cucchiaio che lentamente è salito in superficie, galleggiando.

Ora sulla spiaggia c’è il corpicino di una bambina di cinque o sei anni, con il volto rivolto sulla sabbia. Si vede solo la nuca e due treccine con un piccolo fiocco alle estremità. Accanto a lei, la marea a deposto un piccolo pezzo di legno intagliato:un cucchiaio.

Claudio Caldarelli – Eligio Scatolini

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