Parigi, o cara, noi lasceremo

Tanto per capirsi al primo colpo d’occhio. Tutto il marrone sulla carta sono i collegi in cui il Rassemblement National di Marine Le Pen è in testa dopo il primo turno elettorale delle legislative francesi del 30 giugno scorso. 38 collegi le sono stati già assegnati, mentre 32 li ha conquistati la sinistra del Nuovo Fronte Popolare, 2 a Ensemble di Macron e 1 alla destra-centro dei Repubblicani. Un colpo d’occhio impressionante. Urla in maiuscolo il titolo di Le Monde: “L’ESTREMA DESTRA SULLA SOGLIA DEL POTERE. LA SFIDA DEL FRONTE REPUBBLICANO”. Per questo non possono che venire in mente le parole cantate da Alfredo a Violetta nel finale della Traviata: “Parigi, o cara, noi lasceremo”, nell’estrema illusione di risorgere insieme.

La legge per le elezioni legislative francesi assegna un collegio a chi raggiunge al primo turno il 50% più uno dei voti. Questi voti devono essere relativi almeno al 25% non di chi si è recato alle urne, ma di tutti gli iscritti a votare in quel collegio. In Francia, quindi, l’astensione si fa sentire eccome, perché maggiore essa sarà, maggiore la quota di voti da raccogliere per essere eletti. I collegi sono 577. L’affluenza alle urne il 30 giugno scorso è stata alta, pari al 66,7% dei circa 49 milioni di persone aventi diritto al voto. Nel 2022 del 47,51. Il Presidente francese Emanuel Macron, con il suo drammatico azzardo elettorale, ha dunque avuto il merito di rialzare quasi del 20% la partecipazione al voto dei suoi connazionali. Una percentuale enorme se pensiamo che la tendenza mondiale predominante — lo abbiamo visto di recente anche in Italia — procede decisamente in direzione opposta, verso un calo sempre maggiore. Un merito, però, che gli si è rovesciato addosso in maniera catastrofica. A uno scarso 20,4% arriva infatti la sua lista Ensemble (ENS). Non a caso Macron è stato ribattezzato — Micron. Nel 2017 è al 28,21%, nel 2022 al 25,75. Il calo è vertiginoso. Disperde un 8% netto in appena 7 anni. E questo gestendo e, anzi, proprio perché ha gestito il potere dal suo scranno più elevato. Il calo è il segno anche della sua Presidenza della Repubblica. Eletto la prima volta nel maggio del 2017 con il 66,1%, scende al 58,5% alle nuove elezioni presidenziali nell’aprile del 2022.

Ora al ballottaggio del 7 luglio possono partecipare tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 12,50%, sempre di quel 25% di aventi diritto al voto. Per questo possono verificarsi non solo duelli finali, ma anche scontri triangolari. L’alta percentuale di votanti ha infatti consentito il superamento della soglia di sbarramento a più di due candidat. Davanti alla fotografia inequivocabile del primo turno, a ognuna delle liste che compongono il fronte democratico repubblicano che si oppone a Le Pen non resta che un’unica scelta. Ossia quella di ritirare i propri candidati che hanno meno possibilità di vincere il collegio. Questo, però, non garantisce che gli altri possano essere eletti, anzi. Crepe e divisioni, infatti, sono impressionanti dentro questo fronte e nessuna garanzia di reciproca lealtà è assicurata nel secondo turno. Di qui quel sottotitolo di Le Monde: “LA SFIDA DEL FRONTE REPUBBLICANO”. Ossia, la sfida per non far raggiungere a Marine Le Pen e al suo candidato Jordan Bardella la maggioranza assoluta in Parlamento. Questo è l’unico medicamento, bendaggio sanitario o vistosa ingessatura politico-ortopedica cui può aspirare la Francia democratica per uscire dallo scontro frontale verso cui l’ha condotta la guida in costante stato di ubriachezza, se non di propria cecità vetero liberale di Emanuel Macron. Vistosa ingessatura, perché rimane solo la coabitazione al potere con Bardella. Questi, infatti, sarà il Primo Ministro del nuovo governo francese in carica dopo il 7 luglio. E dura, invece, fino al 2027 la carica di Presidente della Repubblica, da cui Macron ha dichiarato non volersi dimettere. Una diarchia di potere che è già in sé un altro fracassante testa-coda nella guida verso quello che il grande padre della patria il Generale Charles De Gaulle avrebbe chiamato il “destino della Francia”.

Qui, però, non è solo in gioco quello della Francia, ma il destino di tutt’Europa, dell’intero Occidente. La parallela ascesa in Germania di una forza che corre sul filo di una destra nazi-onirico-nostalgica, rimette in discussione l’intero asse portante che sosteneva la marcia pur non lineare del grande veicolo continentale. Questo, insieme alla probabile nuova vittoria trampiana in Usa, fa traballare l’intero orizzonte mondiale.

Parafrasando il canto della Marsigliese: “Allons enfant de la patrie, le jour de 7 juillet est arrivé!”.

Après de lui le déluge?, dopo di lui il diluvio? O una possibilità non illusoria di risorgere insieme? Confidiamo di avere almeno lucidità per riparlarne.

Riccardo Tavani

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