Dati svelati, vite messe a rischio: l’allarme dei testimoni di giustizia in Sicilia

Certe storie si muovono nell’ombra. Camminano lente, trascinate da passi silenziosi, con lo sguardo sempre dietro la schiena. Non sono fiction, non finiscono in prima serata. Sono vite vere, inchiodate alla scelta più pericolosa di tutte: dire la verità.

Sono i testimoni di giustizia. Non pentiti, non collaboratori mafiosi. Gente pulita che ha visto troppo, capito troppo, e ha deciso di non voltarsi dall’altra parte. Imprenditori, cittadini, a volte anche ragazzi. Gente che ha detto no alla mafia, all’estorsione, al ricatto. E che per questo vive sotto protezione.

Ma adesso, quella protezione rischia di saltare.

Scaviamo tra le pieghe di una nota che suona come una campanella d’allarme: il Servizio Centrale di Protezione ha comunicato a una parte dei testimoni di giustizia siciliani, soprattutto ex partecipanti al programma da oltre dieci anni, che i loro dati personali, comprese le residenze riservate, dovranno essere trasmessi alla Regione Sicilia.

Quel che sembrava un passaggio amministrativo rassicurante si trasforma in un crimine annunciato. Perché chi testimonia contro la mafia sa bene che “la mafia non dimentica”.

Il presidente dell’associazione Testimoni di Giustizia, Ignazio Cutrò, non usa mezzi termini, la trasmissione rende questi uomini e donne identificabili, anche sul posto di lavoro e svela indirizzi che erano stati cambiati proprio per proteggerli.

Un soggetto che lavora come dipendente pubblico, magari a Roma o altrove, potrebbe essere scoperto dai colleghi: basta una voce nel corridoio. La residenza è nota alla Regione. Il nuovo nome da copertura esiste sulla carta, ma nei fatti? Diventa vulnerabile e l’incolumità, per chi ha fatto la scelta più rischiosa, vacilla.

La vicenda coinvolge soprattutto ex testimoni ancora protetti con residenze nascoste. Non sono più “in programma”, ma vivono sotto copertura, spesso impiegati pubblici, trasferiti lontano dalla Sicilia per motivi di sicurezza.

Ora, quegli stessi nomi e indirizzi devono circolare tra uffici regionali. Non si protesta per il tracciamento degli archivi, si protesta perché i dati possono cadere in mani sbagliate. E in Sicilia, la memoria criminale è lunga.

Il rischio non è teorico: è concreto. Voci come quella di Giuseppe Carini, che partecipò al processo per l’omicidio di Don Pino Puglisi e già vive sotto copertura, diventano esempi emblematici. Il segnale inviato dallo Stato sembra dire, proteggiti da solo. Ma non è un messaggio di speranza, è una condanna preventiva.

La Sicilia, che ha una propria normativa a tutela dei testimoni, legge regionale n. 22 del 2014, ha introdotto strumenti concreti come l’assunzione del testimone nelle PA, il telelavoro, la sede romana, eccetera. Ma ora quella tutela rischia di sgretolarsi perché l’amministrazione regionale riceve dati sensibili che non dovrebbe avere.

Paradosso amaro, a chi ha scelto di difendere lo Stato, lo Stato chiede trasparenza totale. Ma la mafia non è trasparente, la mafia osserva, pedina, la mafia ricorda.

Esporre un testimone non è legittimo, è criminale. Non è un fallimento tecnico, ma culturale. È la sconfitta del principio democratico che protegge chi osa dire la verità. Del resto, proteggere un testimone non è un favore, è una difesa dello Stato.

Con questo timore e questa rabbia silenziosa restiamo in attesa.  

Eligio Scatolini

 

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