Cine-pillole di Ferragosto ’25

Sono soprattutto le Arene estive all’aperto a caratterizzare le visioni cinematografiche ferragostane. Un’occasione preziosa per uscire di casa, recuperare, godersi insieme ad altri – e alle più sopportabili temperature serali – film non visti della stagione appena passata, o anche vecchi classici che vengono riproposti. Di molti di questi film ci siamo già occupati, e dunque ci limitiamo qui a segnalare sinteticamente solo quelli in programmazione nelle sale, considerato anche che diverse sono chiuse in questo periodo.

Witches. Sconvolgente, molto più che un documentario, un capitolo antico e straordinariamente contemporaneo della storia cancellata delle donne. Il tema delle streghe, delle accuse, vessazioni, uccisioni rovesciate su di loro in passato, è collegato con quello attualissimo dei traumi da post-parto, del cosiddetto baby blues, e peggio ancora del terrore di fare del male alla propria creatura e a sé stessa. A parlare è la stessa regista del film Elizabeth Sankey, la quale ha vissuto personalmente questa sindrome, fino al ricovero psichiatrico. Con lei molte altre importanti testimoni. Se ne esce? Se lo domandano e rispondono le stesse protagoniste. Sotto scorrono le immagine tratte da decine e decine di film (elencati nei titoli di coda) che hanno formato l’inconscio, la sensibilità, la cultura, i pregiudizi, gli stigma dell’intera società. Un film che è in sé un vero e proprio manifesto. Da non perdere. Visto al Cinema Troisi di Roma. Se non lo trovate nelle sale è anche sulla piattaforma Mubi. Durata 90 minuti.

Breve storia di una famiglia. Allo studio come alla guerra. Una Cina mai vista. E da vedere: proprio grazie a questo film. Sì, l’ambiente sociale e abitativo non è quello popolare, ma neanche quello degli strati più elevatamente neo arricchiti. Padre biologo di punta, madre ex hostess, un figlio unico liceale, per niente inclinato allo studio, poco convintamente iscritto a un corso di scherma. Siamo al tempo della dura legge cinese che permette alle coppie il concepimento di un unico figlio o figlia. L’ambientazione, l’appartamento, l’atmosfera, le stesse persone: è tutto improntato a eleganza, razionalità, avanzamento tecnologico. Per alcuni aspetti addirittura molto più che in Occidente. Nella loro vita irrompe, casualmente, uno strapazzato ragazzo degli stati sociali più poveri. Un intelligentone e un secchione della madonna, tutto il contrario di quell’indolente figlio unico. Numerosi i riferimenti cinematografici: dal Pasolini di Teorema, al Bong Joon-ho di Parasite, passando per Antony Minghella con Il Talento di Mr. Ripley, e altri ancora. Ma il nocciolo cruciale è un altro. Il nostro detto “All’amore come alla guerra”, in Cina sembra riferito soprattutto allo studio. Là sembra davvero essere – per la elevata posta sociale in gioco – una competizione, una sfida, una questione di vita e di morte. Merita molto. Distribuzione Movies Inspired. Durata 99 minuti.

Una sconosciuta a Tunisi. Aya, sfruttata lavorativamente e sessualmente dal suo direttore d’albergo, scompare in un incidente stradale. Ossia, non muore ma appare nella lista dei morti su un pulmino uscito di strada, andato a fuoco ed esploso in un precipizio. Ne approfitta per voltare completamente pagina nella sua vita. Non torna a casa nel suo villaggio natale, ma si trasferisce direttamente a Tunisi sotto un altro nome. Data questa premessa, dal film ci si poteva aspettare un percorso di ridefinizione esistenziale, in un contesto sociale particolare come quello del Magreb. Il regista, invece, sceglie la via di un racconto di maggiore impatto politico e popolare. Denuncia coraggiosamente e direttamente, infatti, i metodi della polizia, ma indirettamente dell’intero regime nazionale. In questo, però, perde la possibilità di una maggiore espressione artistica. Dal punto di vista narrativo, la falsa identità della protagonista diventa il vero centro di continua suspense della vicenda. Sullo sfondo è mantenuta l’incombenza della doppia verità, che ha una remota ascendenza nella cultura araba. Si fa notare la prova attoriale di Fatma Sfarr. Distribuzione I Wonder Pictures. Durata 123 minuti.

Presence. Per salvarti non ai vivi ma ai morti devi credere. Ancora traumatizzata dalla scomparsa della sua migliore amica, la liceale Blue si trova a vivere in una casa nuova. Abitazione scelta dalla madre manager in carriera, nonostante la contrarietà del padre, la ragazza si scontra con il fratello Chris, poco sensibile, se non addirittura completamente scettico a quelle sofferenze che per lui  sono solo delle fasulle fisse. Eppure in quella casa si manifesta, discretamente ma inequivocabilmente, un’invisibile presenza. Quella dell’amica morta? Tutto induce a pensare questo. Anche perché il film è realizzato attraverso eleganti riprese in continuo movimento, macchina a spalla, addirittura dal superiore livello notte e quello giorno sottostante della casa. E per di più in soggettiva, ossia come fosse lo sguardo diretto di chi non vediamo mai. Riprese che danno un’impronta decisamente stilistica al racconto. Ossia, lo elevano dal genere horror puro e semplice, contribuendo alla sua tonalità emotiva più soft, lieve del racconto. Lo elevano proprio in ragione del contenuto cruciale che lo stile del film vuole portare all’evidenza: la compresenza di vivi e di morti. Nel fondo della nostra percezione, sensibilità, coscienza più abissale il legame a un’invisibile presenza morta, ci può salvare proprio da una contundente viva. Merita. Distribuzione Lucky Red. Durata 85 minuti.

Afrodite. Dramma e amore sopra e sotto il mare. Due donne esperte in immersioni sono costrette dalla mafia a recuperare un enorme carico di tritolo conservato nel ventre di una nave militare italiana affondata durante l’ultima guerra dalla Marina Britannica. A cane da guardie del lavoro mettono un loro tanto svitato quanto pericoloso picciotto, fidanzato con una delle due. L’altra è una vera professionista con alle spalle esperienze di immersione in tutti i mari del mondo. Il film si riduce quasi interamente a questi tre personaggi, in clausura forzata in un vecchio magazzino presso delle saline abbandonate e in un gommone al largo per il lavoro sporco. E che il recupero sia davvero lurido lo testimoniano spezzoni di telegiornale su esplosioni molto note alle cronache italiche. Forse anche per questo tra le due sub nasce un’intesa e un tentativo di riscatto, sotto e sopra il mare. Film non del tutto convincente, anche se le riprese sottomarine sono realizzate in maniera eccellente. È tratto da una vicenda reale. Distribuzione Altre Storie. Durata 95 minuti.

Unicorni. Blu bambino maschio ma femmina. La madre ha un negozio d’antiquariato, il padre è un popolare speaker di una radio privata. Sono guai: a casa, a scuola, con amici ed amiche. Insieme ad altri genitori con problemi analoghi si vedono con una psicologa che guida l’associazione chiamata Unicorni. Il film ha la chiarezza di mostrare gli aspetti più autenticamente significativi di questə bambinə, i modi di affrontarli e gli errori da evitare. Modi ed errori che sono rappresentati attraverso scene sia drammatiche che spassose, o le due cose insieme. Ossia: il tema è serio e seriamente –  ma senza angoscia – può e deve essere affrontato. La chiarezza espositiva, gli intenti esplicativi, per quanto apprezzabili, però, costituiscono anche un limite stilistico. Distribuzione Vision Distribution. Durata 105 minuti.

100 litri di birra. Divina commediaccia ebbro-sgangherata. Due micidiali sorelle, Tania e Pirkko, producono un tipo particolare di birra finlandese chiamata shati. Una roba a base di orzo, segale, avena e ginepro che potremmo definire birra-vino. A berla fuori misura è micidiale quanto le due sorelle che ne sono le migliori produttrici del villaggio. Talmente buona che ne sono anche le due maggiori ubbriacone consumatrici. La concorrenza, anzi la vera e propria guerra con gli altri mastri birrai locali è spietata e non esclude i più luridi colpi bassi. Arriva una loro sorella da Helsinki che vuole sposarsi lì e ne chiede cento litri per il banchetto di nozze. Inizia un serrato, rovinoso, miracoloso, di nuovo  catastrofico carosello di alti e bassi, di lacrime e gag, birra e sangue, ubriachezza atavica e improvvisa saggezza. Tutto in commedia sì, ma sullo sfondo di un dolore, un irrimediabile senso di colpa, un’incapacità di vivere senza il naufragar nell’alcol. Giganteggia l’abnorme personaggio di Pirkko, interpretata da Elina Knihtilä. Produzione Finlandia Italia. Distribuzione I Wonder Pictures. Durata 88 minuti.

L’acqua fresca. Se proprio ti devi perdere, fallo completamente. A cominciare dai bagagli al seguito: quelli che ti trascini dietro e quelli stipati dentro. George, un ricco e ipocondriaco discografico inglese, si perde e si fa rubare quasi tutto a Catania, compreso lo zaino con documenti e medicine. Finisce in casa e tra parenti e conoscenti di Lucia, una fruttivendola che lui accusa di essere la ladra dei suoi bagagli. Né lui, né loro fanno alcuno sforzo per farsi capire: ognuno continua a parlare e a rispondere, ad minchiam, solo e soltanto nella propria lingua, incomprensibile all’altra/o. Commedia fondata sul classico meccanismo della coppia a contrasto caratteriale, qui incarnata dalla brava Lucia Sardo e Jonathan Cake, con affiancamento volteggiante di Antonella Ponziani. Suggestiva la versione della tradizionale E vui durmiti ancora, 1927, cantata in una scena notturna del film nello sfondo della marina di Aci Trezza, dove Luchino Visconti ambientò La terra Trema (1948). Distribuito da Adler Entertainment. Durata: 95 minuti.

Giro di banda. Quando la banda passò… tra la Puglia e l’Albania. Cesare Dell’Anna è un trombettista veterano formatosi nelle bande musicali popolari. Tanto che a questa origine non solo non ha mai rinunciato, ma ha elevato la banda a strumento stilistico inedito, virtuosistico, di composizione elevata e improvvisazione, variazione, sperimentazione vertiginosa. Un mix davvero funambolico, esplosivo, di jazz, musica balcanica, eco profonde della tradizione mediterranea e meridionale italiana. Dirige lui, tirando boccate da una sigaretta dietro l’altra, e facendo uscire il fumo pure dalla campana della tromba: orrorifico per i non tabagisti. Anche Giuliano Sangiorgi dei Negramaro lo va a incontrare per rendergli omaggio in una scena del film. Il film è quasi tutto sulla tournée in Albania della numerosa, affiatatissima, anche se apparentemente sparpagliatissima banda chiamata Opa Cupa. Alla qualità della musica corrisponde quella cinematografica del regista Daniele Cini. Inquadrature e sequenze piene, avvolgenti, che non sono mai di mero accompagnamento, illustrazione della musica, ma autonomamente seguono un proprio racconto per immagini della totalità convergente dei luoghi, delle persone, dell’esperienza interiore che la musica di Dell’Anna fa deflagrare. Distribuzione Dinamo Film. Durata 88 minuti.

Happy Holidays. Gruppo di famiglie a Tel Aviv in un impossibile interno. Due cerchi di persone arabe ed ebree – ma entrambi ugualmente di cittadinanza israeliana – con legami tra loro familiari o sentimentali s’intreccia in una serie di vicende irriducibilmente drammatiche proprio a causa della loro diversa origine etnica. Da una parte l’avversità pervicace ai matrimoni misti e l’educazione fin dall’infanzia tutta Dio, Bibi e l’Esercito; dall’altra inscalfibili convinzioni di costume che condannano ancora le donne alla sottomissione, allo stigma morale, alle negazione della loro libertà sessuale e di scelta, pur in una città improntata ad avanzata modernità, dinamicità di intensi scambi culturali, intellettuali e personali. La drammaticità delle situazioni pratiche ed esistenziali che ne scaturiscono risulta alla fine molto chiara. I diversi episodi, però, risentono nel loro sviluppo di una certa macchinosità, e il film è girato prevalentemente per primi piani dei volti, contribuendo alla poca ariosità e movimento delle scene. Produzione Qatar Plestina. DistribuzioneFandango. Durata 120 minuti.

San Damiano. Termini, la stazione della Capitale sul bordo della follia e della discarica sociale. Il titolo si riferisce al nome della persona incontrata dagli autori del film tra San Lorenzo, Piazza Vittorio e la Stazione Termini di Roma. Damiano è un santo, impregnato tanto di religiosità da sentire che Dio è anche dentro di lui, sotto la sua pelle di miserabile e di folle, spesso anche imprevedibilmente violento. È un polacco, che ha vissuto un periodo in Calabria, ma il suo sogno è stato sempre Roma, perché vuole diventare un cantante rock. Una notte si arrampica su una vecchia impalcatura rimasta addossata alle Mura Aureliane presso il quartiere di San Lorenzo ed elegge a sua dimora una delle torri quadrate che ne costituiscono a tratti il lungo percorso. Davanti a un’altra torre: quella circolare detta piezometrica, che sorge da dentro Termini ai margini di tutti i suoi binari. Dall’elevazione spirituale al precipizio materiale della vita nelle strade, tra i rifiuti: solidi urbani e umani. E sembra di tornare all’opera di Foucault, Storia della follia nell’età classica, quando nelle prigioni e negli ospedali finivano indistintamente matti, malati e morti di fame. Distribuzione Red Sparrow. Durata 86 minuti.

Riccardo Tavani

 

 

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