Vota No, e l’allegria ritorna!
Mentre i sondaggi danno una crescita del No al prossimo referendum confermativo, la campagna referendaria langue da ambo le parti. Sembra che tutti temano di esporsi a una sconfitta, la cui portata andrebbe al di là del caso specifico. Sia la Meloni che la Schlein si schermiscono, quasi a voler sminuire la portata di una riforma costituzionale senza precedenti per le sue conseguenze e per il modo in cui è stata portata avanti: senza un dibattito politico degno di questo nome, a colpi di maggioranza, quasi fosse una faccenda condominiale.
La maggioranza insiste nel pretendere di discuterne degli articoli nello specifico, come se non ci fosse un tema politico generale, pesantissimo. Salvo poi buttarla in caciara con il caso Garlasco e consimili.
Invece il problema è politico, prettamente e gravemente politico.
Senza volerlo, lo ha chiarito Nordio in maniera esplicita: questa riforma serve a chi governa, anche alla sinistra, se un giorno governerà.
Sta di fatto che se ne è accorto anche il mondo cattolico. Famiglia Cristiana ha pubblicato una interessante intervista a Giovanni Bachelet, figlio del giurista Vittorio, ucciso dalle BR quarantacinque anni fa. Rovesciando la posizione di Nordio, Bachelet ha detto: «Inviterei la maggioranza a votare no perché quando saranno all’opposizione sarà una garanzia anche per loro avere una magistratura autonoma e indipendente dal governo e dal parlamento». È una posizione ben più sensata e condivisibile di quella del guardasigilli.
Il Cardinale Zuppi, presidente della CEI, ha preso posizione molto nettamente, pur nella prudenza del linguaggio curiale: “C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i Padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare”. “Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto”. È evidente il messaggio sottinteso: l’equilibrio tra poteri e l’indipendenza della magistratura sono in pericolo con la riforma.
Il problema politico, di cui ci si ostina a non voler discutere, è che la destra sta cercando di riscrivere la Costituzione italiana in senso autoritario e antidemocratico. Infatti, la pseudo-riforma della giustizia va a braccetto con la riforma del “premierato”, con i decreti sicurezza, reiterati e sempre più “manettari”, e con altri progetti in via di attuazione.
Il “premierato” ridurrebbe drasticamente i poteri del Parlamento e del Capo dello Stato.
Con Piantedosi il governo sta spingendo le forze dell’ordine a una posizione retrograda e pseudo-securitaria degna degli “sbirri” di epoche che credevamo ormai lontane. Contemporaneamente la maggioranza lavora allo “scudo penale” a tutela della polizia: un malcelato desiderio di ICE all’italiana.
Esagero? allora perché le carceri minorili si sono improvvisamente sovraffollate? perché si sgombera il Leoncavallo e non Casapound? Eppure quest’ultima ha letteralmente rubato un bene dello Stato, facendone una ben difesa caserma di nostalgici, un rifugio organizzato per neofascisti (cfr. Il Venerdì del 23/1/26).
Sta passando, ancora una volta senza pubblicità né dibattito, un’altra legge costituzionale, che modifica l’articolo 112 (“Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”) e subordina l’azione penale alle direttive “del Parlamento”. In pratica, vuol dire che la maggioranza di turno (magari ottenuta con un bel “premio”, secondo l’idea di riforma elettorale che la destra porta avanti) deciderà che cosa perseguire e che cosa no; magari non esplicitamente, ma imponendo una scala di priorità, che è di fatto la stessa cosa.
In questo quadro generale, lo stravolgimento degli organi di autogoverno della magistratura mostra la sua vera finalità. Diventa evidente che il sorteggio dei membri togati e l’istituzione di un’Alta Corte, i cui lineamenti restano da definire con una futura legge ordinaria (e qui sta l’imbroglio non tanto nascosto, la minaccia non tanto velata), servono a tenere al guinzaglio la magistratura, finora “troppo” indipendente, come spesso i membri del governo hanno dichiarato in modo abbastanza leggibile. La visione della destra, più volte esplicitata, è che la magistratura debba lavorare in sintonia col governo (cioè secondo le direttive del governo), non che debba lavorare in applicazione delle leggi. In altre parole, che non sia più indipendente.
Se il governo progetta un ponte sullo stretto (una quisquilia, visto che è un’opera mai tentata prima e di dimensioni mai viste) senza rispettare le norme previste per le opere pubbliche, allora la magistratura non deve rompere i “cabbasisi”. Se il governo vuole deportare illegalmente in Albania dei migranti, la magistratura non deve frapporsi con il suo garantismo. Resta sottinteso che il garantismo deve servire solo per i politici! Ma le garanzie, o ci sono per tutti, o non ci sono per nessuno.
Se le dichiarazioni del governo sono vere, e indubbiamente lo sono, vogliamo ancora credere che la pseudo-riforma non sia stata pensata per compromettere l’indipendenza della magistratura?
Certo, la speranza è che i cittadini si rendano conto della minaccia. In Italia non è facile ottenere giustizia, il caso Regeni ce lo insegna; ma sarà difficilissimo, forse impossibile, se vince il Sì. Comunque, con questa riforma la giustizia sarà una giustizia di parte, debole con i forti (per esempio i politici e i potentati economici), forte con i deboli (cioè i comuni cittadini).
Ma la campagna a favore del Sì in questi giorni ha aggiunto una perla imprevedibile. Pur di parlare male dei magistrati, il governo se l’è presa anche con quelli svizzeri; è arrivato a ritirare l’ambasciatore, che è un atto gravissimo ed eccezionale, perché il governo svizzero non farebbe abbastanza. Peccato che in Svizzera nessuno abbia messo in discussione l’indipendenza della magistratura, e che il governo non abbia voce in capitolo sulle indagini né, tanto meno, sui provvedimenti giudiziari. Una svista da parte di Tajani e Meloni, che sarebbe ridicola se non fosse pateticamente propagandistica.
Questo referendum, per certi versi, mi ricorda quello tenuto in Cile nel 1988, che mandò via Pinochet. Il punto di contatto è che tutti davano per scontata la vittoria del sì, cioè di Pinochet. Ma i comitati per il no incaricarono della campagna un giovane pubblicitario: René Saavedra, il cui nome dovrebbe essere sempre ricordato, perché fu suo il merito della svolta democratica nella quale quasi nessuno credeva. Il suo slogan era geniale: Chile, la alegría ya viene! (Cile, la gioia sta arrivando!).
Un appello, allora, ai comitati per il no: che ne dite di prendere esempio da quella campagna? Ci vuole estro per vincere.
Comunque, muovetevi!
di Cesare Pirozzi

