Mozia, Itaca, Luisa: piccole mamme suicidate riaffiorano vive

Salina Doc Fest 2026

8 luglio 2026. È la prima giornata del SDF, quest’anno dedicato alle Odissee Contemporanee. E questo è anche il titolo del Concorso Nazionale del Documentario Narrativo. Sei documentari, due proiezioni al giorno, a partire da oggi e fino a venerdì 10 luglio. Orario ore 15, luogo Sala Congressi del Comune di Malfa. Si inizia con Attraverso Mozia, di Salvo Cuccia, seguito da Lo spazio vuoto, di Stefano P. Testa e Alberto Ceresoli.

Attraverso Mozia. Salvo Cuccia ha fatto del documentario la leva originaria di tutta la sua importante,  prolungata, multi stratificata opera artistica e cinematografica. Giunge nella piccola isola di Mozia, tra Trapani e Marsala, per togliere il velo del tempo, strappare la maschera violenta della Soria, che ha suicidato, cancellato questa madre minima, geograficamente nel palmo appena d’un respiro di mare, ma grande, infinita per cultura dell’incontro, dell’intreccio, della tessitura di civiltà. Il film si avvale di riprese, inquadrature magistrali e di materiale d’archivio raro. L’isola è tra le vecchie, ma tuttora operanti saline del cosiddetto Stagnone di Marsala, ché più un grande stagno chiuso sembra che un braccio di mare aperto. È riscoperta quale antica, florida colonia fenicia da Giuseppe Whitaker. È mostrato anche il ritrovamento più luminoso del locale museo: il Giovane, o Giovinetto di Mozia. Si tratta di una scultura in marmo, seppure rimasta priva di braccia, dalle proporzioni auree, qualcosa che lascia sbalorditi per la perfezione geometrica resa nella sua più elevata forma d’arte e di bellezza. Essa è il simbolo vivente dello stesso giovinettismo, molto più che giovinezza di Mozia. Lo sguardo spazio temporale di Mozia, infatti, che Cuccia, vuole disvelare non è riflessivamente, passivamente  sulla proria archeologia ossea, ma è dinamicamente sull’epidermide del presente, perché non si può solo scongiurarlo lo spettro del peggio che torna per insudiciarci e suicidarci, ma saperlo guardare in faccia, oltre la sua maschera di fango e odio dietro cui si nasconde.

Lo spazio vuoto. È la storia drammatica di uno dei due autori, Alberto Ceresoli. Lo spazio scolpito vuoto, non semplicemente lasciato vuoto, è quello di sua madre Luigia De Santis, detta Luisa. A diciannove anni lei lo partorisce nell’ospedale di Montichiari, in provincia di Brescia, e una sera, ancora ricoverata, raggiunge il sesto piano dell’edificio e si scaraventa di sotto. È la notte del 13 ottobre 1990. Luisa ha anche un altro bambino di poco più un anno, Alessandro. Suo marito, Romolo Poffa, è in Libia per lavoro. I due fratelli vengono successivamente adottati da una famiglia che gli dà il cognome che ora portano. Sono passati trentatré anni, Alberto ormai è più grande di quanto fosse sua madre Luisa quando è volata da quella finestra d’ospedale. S’inabissa con una cinepresa dentro la caverna senza luci e pareti ereditata da quella sua mamma bambina, suicidata dal trauma, dallo spavento di un altro post parto, dalla disperazione di sentirsi sola, con la vita da ragazza di un appena un anno prima completamente perduta. Alberto rintraccia il padre biologico, Romolo Poffa; le due migliori amiche di Luisa ragazza, Anna e Giuseppina; lo zio materno Gerardo De Santis, legatissimo alla sorella, e che conserva interi pacchetti di sue foto. L’elemento tragico della storia, e anche cinematografico, è rappresentato proprio dall’irriducibile contrasto a distanza tra le stesse figure fisiche, psicologiche, caratteriali, testimoniali, narrative del padre e dello zio. Ma al di là di questo, il vero dramma è se si può risalire all’origine. Se in qualche modo tra racconti seppur imprecisi e contrastanti e vecchie foto casalinghe, Luisa riesce a farsi sentire, a toccare suo figlio, può Alberto farle arrivare il suo sguardo? E questa impossibilità è resa dal non mostrarsi mai visivamente sullo schermo di Alberto. Lui appare solo come laconiche parole, sintetici pensieri, immaginazioni digitate con effetto anche acustico sullo schermo nero. Così lui va sempre più indietro, aumentando la distanza anagrafica tra loro, alla ricerca di lei in foto fin da piccolissima. Una delle amiche di Luisa gli dice che sicuramente alla fine di quella ricerca, di quella lotta tra voragini, scontri di ricordi e suo desiderio affettivo-immaginativo, in qualche modo Luisa si sarebbe lasciata toccare dal figlio. Le appare in sogno, all’improvviso, come non l’aveva mai vista, anzi come nella vita aveva mai potuta vederla. Che cosa sono le immagini: mnemoniche, oniriche, cinematografiche, digitali? Perché impalpabili ci toccano, ci attingono così profondamente dentro e all’infinito? Un film anche di eccellente scarnezza, rigore stilistico fotografico e narrativo.

Alla proiezione dei due documentari in concorso, è seguito l’incontro nel Porticciolo Turistico di Santa Marina con Uberto Pasolini, condotto da Arianna Finos, critica cinematografica de La Repubblica. Il suo film Itaca – Il ritorno, non poteva essere più in sintonia con il tema delle Odissee di questa XX edizione del SDF. Anche se è il racconto di un’Odissea solo interna, dentro Itaca, dalla costa in cui Ulisse anonimamente sbarca alla dimora reale. Il regista – dichiarandosi felicissimo di essere per la prima volta a Salina – ha detto che questo film lo ha pensato trent’anni fa, ma lo ha realizzato solo recentemente, perché prorio oggi è inevitabile, indispensabile il nostos, ritorno a Omero, alla sua perenne autenticità originaria. Perché non solo i Proci, ma anche altri tentarono e tentano ancora di suicidare Itaca.

Il film è stato poi proiettato la sera nella Piazza centrale di Santa Marina, dopo l’inaugurazione ufficiale del Salina Doc Fest 2026. Nel suo discorso Giovanna Taviani, non solo direttrice, ma anima artistica e lavica del Fest, ha ringraziato l’isola che l’ha sempre sostenuta, e annunciato, tra l’altro, l’istituzione della Fondazione Archivio sui Migranti, uno dei sogni di Clara Rametta, l’amatissima ex Sindaca di Malfa, il cui nome ha ricevuto l’applauso sentito di tutto il parterre e delle persone che passavano intorno.

Itaca – Il ritorno. Il regista Uberto Pasolini, in questa ripresa di una narrazione della Grecia arcaica, si rifà a un altro Pasolini: Pier Paolo Pasolini. Diversi i film di quest’ultimo sui miti greci, tutti improntati a un particolare arcaicità dei luoghi, dei costumi, dei riti e delle atmosfere. Un’arcaicità esistenzialmente immaginifica, poetica, quale forma dell’immagine filmica esteriore che si salda intimamente con i contenuti del racconto, per permettere di esprimerli al meglio. Qui, invece, l’arcaicità è molto scarna, ridotta all’essenziale di quattro stracci buttati addosso, mentre i contenuti sono espressi seguendo quasi linearmente la narrazione omerica del ritorno a Itaca di Ulisse. Pure l’opera raggiunge una sua efficace tensione drammatica. È nel finale, però, che esplicita la sua forte denuncia contro ogni guerra. Antinoo, che tra i Proci è stato quello più vicino alla mano di Penelope, glielo lo dice con calma in faccia a Odisseo: “Se fosse stata con me non l’avrei mai lasciata. Sarebbe stata un’altra storia”. Lei urla di orrore quando Telemaco lo decapita. E alla fine non le resta che detergere il copioso sangue della guerra dal corpo del redivivo e ritornante suo uomo. Un altro compito del patriarcato assegnato alle donne. Durata 116 minuti.

di Riccardo Tavani

📸 Saline di Mozia;

Itaca – Il ritorno.

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