Diario americano 2. Campania-America, andata e ritorno: la storia della cistecca

Un panino, non troppo abbrustolito, spaccato a metà. Una buona dose di carne di manzo rosolata e tagliata a fettine. Infine un’ondata di formaggio, in genere sottilette oppure provolone o Cheez Whiz. Se si passa da Philadelphia è obbligatorio assaggiare la specialità di casa: la cheesesteak, un panino che tra i suoi sapori, i suoi ingredienti e i suoi profumi nasconde la storia della migrazione italiana, sia all’andata che al ritorno.

Perché se a fine giugno passate a Monte Procida, poco più di 10 mila abitanti in provincia di Napoli, vi imbatterete di sicuro nella Sagra della Cistecca, trasposizione in lingua, e in cucina italiana, del famoso panino di Philadelphia. Per capire cosa c’entra l’Italia in tutto questo, però, bisogna andare per gradi. E fare un salto all’indietro di quasi cento anni, arrivare agli anni 30 e parlare di Pat e Harry Olivieri, due fratelli italo-americani che, di mestiere, vendevano hot dog per le strade, con un semplice carretto vicino al famoso mercato italiano, nel sud di Philadelphia.

Un giorno, però, i wurstel finiscono. Pat corre dal macellaio, gli chiede un tipo di carne facile da cucinare sulla piastra e allo stesso tempo gustosa. Torna con un pacco di carne di manzo tritata, la cuoce, la mette su un “Italian roll” e ci aggiunge delle cipolle. Il primo mangiatore di cheesesteak della storia è un cliente abituale, un tassista che tutti i giorni faceva la pausa pranzo al carretto di Pat. “Lascia perdere quegli hot dog – gli dice – devi vendere questo panino!”. È così che nasce la cheesteak, a cui intanto viene aggiunto il formaggio. Sarà un vero e proprio boom, tanto che grazie al successo i fratelli Olivieri riescono ad aprire un ristorante, “Pat’s King of Steaks”, che ancora oggi sforna panini ad un ritmo incessante. A condurre l’attività c’è Frank Olivieri, pronipote dei fondatori: “Per noi la cheesesteak è una tela bianca su cui ognuno può mettere la propria firma” ha raccontato in un’intervista a Vice, quando gli dicono che intanto quel panino è tornato a casa, cambiando nome e anche un po’ forma. A Monte Procida, infatti, la carne della cistecca è fatta a pezzi più piccoli, in un procedimento che nel gergo tecnico si definisce “ciappare”, che altro non sarebbe che il calco dell’inglese “to chop”, tagliare. A portarla in Italia sono stati i “montesi d’America”, la generazione dell’emigrazione di ritorno che tra gli anni 70 e 80 ritornò in patria. È il 1984 quando Luigi Coppola, Ernesto Coppola e Luigi Guerrini, con i soldi messi da parte dopo anni di lavoro negli States, aprono la loro paninoteca nel loro paese natale. Si chiama Chalet Sunrise e insieme alla cistecca portano anche il milk-shake e il banana split.

Ed è così che un pezzo d’America torna in Italia o viceversa. È così che un panino riesce a nascondere storie di idee e di povertà, di opportunità e nuove ricchezze. Di sogni a stelle strisce e di ritorni tricolori. Ah, un consiglio finale: se passate da Pat’s a Philadelphia, un panino va bene per due persone. A seconda di quanta fame avete, ovviamente.

Lamberto Rinaldi

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