Cine-pillole fine anno 2025
Avatar – Fuoco e cenere. Non è tanto la trama che colpisce in questo terzo capitolo della saga. Essa riprende e sviluppa i fili dei due precedenti film, accentuando il contenuto ecologico del racconto. Sono le immagini a giocare il ruolo innovativo, sorprendente per il notevole salto in avanti della cinematografia in 3D. Il regista James Cameron sa esaltarne al massimo tutte le possibilità narrative insite nell’immagine in sé, indipendentemente dal racconto della vicenda, il quale svolge più un ruolo ancillare, di servizio alla maestà, alla forza evocativa e all’autonomia delle immagini. Distribuzione Walt Disney. Durata 195 minuti.
La mia famiglia a Taipei. Tre donne, tre età nella quotidiana lotta per la sopravvivenza nella capitale di Taiwan. Una madre, una ragazza, una bambina. Il padre non c’è più, non c’è mai stato. La bambina è mancina e suo nonno affligge lei con tutta la famiglia, dicendo che quella è la mano del diavolo: se la cose andranno male la colpa è della madre che l’ha educata male. Il titolo originale del film, infatti, è Left-handed girl, La ragazza mancina. In effetti le cose non vanno molto bene alle tre, nonostante ci sia sempre qualcuno pronto ad aiutarle. La durezza sociale della città verso i più deboli, non a caso qui rappresentato dalle donne, si riallaccia al tradizionalismo patriarcale e autoritario del Paese, che scorre ancora sotto l’epidermide scintillante modernità di Taipei. Anche se il film riprende situazioni già viste e forse per questo un po’ calcate, anche in tono di commedia, non manca una sorpresa finale. Vincitore al Roma Film Festival 2025 quale Miglior Film. Distribuzione I Wonder Picture. Durata 108 minuti.
Buen Camino. Puntuale come ogni Natale da un po’ di anni a questa parte torna Checco Zalone, nome d’arte di Luca Medici. E torna sgretolando i suoi precedenti record d’incassi, i quali erano già i più vertiginosi record di tutto il cinema italiano. È il pubblico ad avergli di nuovo conferito questo alloro d’oro, perché questa volta, invece, la critica è stata decisamente più fredda. In effetti si tratta di uno Zalone atipico, meno politico, iconoclasta, spiazzante, ma soprattutto con meno battute poco politically incorrect. Atipico, però, fino a un certo punto. È vero che interpreta uno straricco da far vergogna, e non per meriti suoi, ma paterni, non occupandosi lui assolutamente di niente, se non di strisciare a più non posso, in giro per il mondo, il suo strabordante pacchetto di carte di credito golden. Ma poi quando la famiglia, nei panni della figlia chiama, che pur lo detesta, lui torna nei panni del più aduso Checco pelato, sfigato, ma sempre furbastro, e in sovra dose con seri problemi di prostata. Dal punto di vista cinematografico, il film torna alla regia di Gennaro Nunziante, si nutre di buone immagini, ma non si stacca dal genere di conforto di massa. Il titolo si riferisce al Cammino di Compostela. Distribuzione Medusa. Durata 90 minuti.
Primavera. Un capitolo nella biografia di Antonio Vivaldi, che vuole svelare soprattutto la vicenda storica drammaticamente reale di tante ragazze chiuse negli istituti religiosi per neonate abbandonate. Istituti gestiti dalle suore che avviavano le ragazze anche allo studio e alla pratica delle musica, per i concerti e i cori delle chiese locali offerti ai nobili al fine di raccogliere fondi. Il tema era già stato toccato, ma più in tono di commedia, da Margherita Vicario nel suo film del 2024 Gloria! Queste ragazze, se non venivano riscattate dalle madri naturali, erano date in matrimonio – dietro una cifra per ripagarne le spese di mantenimento – a nobili o benestanti del luogo, in questo caso Venezia. Tecla Insolia, nei panni di Cecilia, una di queste ragazze, violinista provetta, e Michele Riondino, in quelli di Vivaldi, danno corpo a questa bella partitura cinematografica tessuta dal regista Damiano Michelotto. Distribuzione Warner Bros Italia. Durata 110 minuti.
Monsieur Aznavour. Un biopic su un cantante e autore musicale stra-celebre in tutto il mondo nel secolo scorso, cantando ed esibendosi in molte lingue diverse, ma di cui ormai si è persa la memoria. Il film ha il merito di ricostruirne tutto l’intreccio biografico-artistico, senza mai scadere nel banale e nel cliché. Viene anche fatto un interessante focus sul particolare e poco conosciuto legame tra Aznavour ed Edith Piaf, soprattutto sul ruolo giocato da questa nella carriera e nel successo di Charles. L’attore Tahar Idir non solo riprende i tratti somatici armeni originari, ma anche quelli caratteriali e stilistici del grande cantante naturalizzato francese. Imperdibile per gli aznavouriani di una volta, ma da scoprire anche per i giovani di oggi. Distribuzione Movies Inspired. Durata 133 minuti.
Un inverno in Corea. Prodotto da Francia e Corea del Sud, ambienta tra la neve e il gelo di una cittadina di provincia coreana lo smarrimento esistenziale, la crisi artistica di un illustratore di successo francese e la solitudine di una ragazza locale che vive della passione per la lingua e la cultura francese, essendo franco-coreana d’origine, pur non avendo mai abbandonato questo Paese. I silenzi, le incomprensioni, gli spigoli acuti tra i due personaggi sono quelli che ha vissuto anche la madre di lei, coreana, ma sposata con un francese, della quale rivive la vicenda sentimentale, ma non solo nel ricordo. La famiglia, infatti, vorrebbe imporle un matrimonio nazionale. Tutto viene toccato da regista e interpreti, avvalendosi di una cifra squisitamente cinematografica, fatta più di immagini che lasciano trapelare le parole non dette, perché non sempre adatte a esprimere il contrasto dei più autentici sentimenti in gioco. Distribuzione Wanted. Durata 104 minuti.
L’anno nuovo che non arriva. Potremmo definire la tonalità stilistica ed emotiva di questo film romeno tragico-ironica. Siamo a Bucarest, sotto Natale nel 1989, subito dopo la dura repressione del regime guidato da Nicolae Ceausescu contro le rivolte popolari di Timisoara. Sei storie che si intrecciano nella loro drammaticità di fronte alle paradossalità comiche, le funamboliche assurdità cui un sistema politico ormai sinistramente scricchiolante costringe i propri cittadini. E non deve ingannare l’epoca del racconto, perché il coraggio civile di questo film bersaglia anche le ipocrisie dell’attuale autoritarismo politico romeno. Travolgente il finale con il Bolero di Ravel che avvolge tutte insieme le sei storie, quale metafora di una vicenda collettiva sempre esposta alla follia del potere. Distribuzione Trent Film. Durata 138 minuti.
Gioia mia. Piccolo film che sta riscuotendo una grande accoglienza di pubblico, per la regia di Margherita Spampinato e per l’interpretazione in stato di grazia di Aurora Quattrocchi, classe 1943, sugli schermi recentemente anche con Illusione, di Francesca Archibugi. Il piccolo Nico (Marco Fiore) viene mandato da solo dal nord a passare le vacanze estive in Sicilia, dalla zia Gela, che già in sé è il nome di una cittadina dell’isola, anche se le riprese sono state realizzate prevalentemente a Trapani. La zia non ha in casa né il collegamento Internet, né l’aria condizionata, cosa che inorridisce Nico. Gli abitanti del condominio, inoltre, sono certi che il vecchio palazzo sia infestato dai fantasmi e vorrebbero che il vescovo andasse a esorcizzarlo. Anche il rapporto di Nico con i coetanei che giocano in cortile non è facile, così che passa molto tempo chiuso in casa da solo. Un coming-age, un racconto di formazione incentrato sul contatto ravvicinato tra due età contrastanti, non solo anagraficamente, ma per riferimenti di costume e comportamentali. La recitazione della protagonista Aurora Quattrocchi esprime magistralmente l’autenticità spoglia di fronzoli, la trasparente semplicità di una generazione della provincia italiana, soprattutto meridionale. L’arco voltaico, lo sfrigolio di scintille che si sprigiona tra i due, fa trapelare, però, anche la necessità di questo contatto tra due età della vita e della nostra storia si ristabilisca. Distribuzione Fandango. Durata 90 minuti.
Norimberga. È solo l’ultimo film sullo storico Processo di Norimberga, che ha portato i crimini vertice dell’alto comando nazista davanti al tribunale istituito dalle forze alleate vincitrici della Seconda Guerra mondiale nel 1945. Questa volta, però, l’angolo visuale è completamente diverso. Il film, infatti, è tratto dal libro e dalla vicenda umana dello psichiatra Donald Kelly, allora tenente colonnello dell’esercito americano. L’ufficiale, per la sua veste medica, è incaricato di entrare in contatto con i prigionieri da processare, per capirne i tratti della personalità, e soprattutto per impedirne il suicidio al fine sottrarsi al suicidio. E Kelly entra in un contatto più ravvicinato con Hermann Göring, che era il secondo in comando subito dopo Hitler, guidando di fatto, con il suo comportamento in cella e davanti il tribunale, quello degli altri gerarchi. Il racconto incrocia così, in un crescendo drammatico, la cronache delle sedute giudiziarie con quella dei dialoghi tra l’alto comandante nazista e l’ufficiale americano. Il filo che percorre sotterraneamente tutto il film e diventa apertamente esplicito nel finale è quello dell’attualità di personalità psico-politiche e comportamenti tesi alla fomentazione d’odio collettivo simili a quelli processati a Norimberga: senza bisogno che oggi appaiano in divisa e scenografici riti e parate di potere. Grande interpretazione di Russel Crowe, nei panni di Göring, e di Rami Malek, in quelli di Kelly. Da ricordare che quest’ultimo aveva interpretato il leader dei Queen, Freddie Mercury, in Bohemian Rhapsody.
di Riccardo Tavani

