Il proiettile nel diario: l’ultima corsa di Annalisa

Napoli. Forcella. Se chiudi gli occhi e provi a immaginare questo quartiere, senti l’odore del caffè che si mischia a quello della polvere e della gomma bruciata. Senti il rumore dei motorini che sfrecciano nei vicoli, una musica costante, ossessiva, che sembra non fermarsi mai. Ma c’è un rumore che spacca tutto. Un rumore secco, metallico, che non c’entra niente con la vita.

È la sera del 27 marzo 2004. Annalisa ha quattordici anni. Ha i capelli scuri, gli occhi grandi e quel sorriso di chi sta affacciandosi al mondo con la curiosità tipica della sua età. È lì, sotto casa, a via Vicaria Vecchia. Sta chiacchierando, forse ride, forse pensa a cosa farà l’indomani. Non sa che il destino ha deciso di passare di lì con la faccia scura e il dito sul grilletto.

Perché a Forcella, in quel periodo, l’aria è pesante. C’è una guerra. Una di quelle guerre invisibili agli occhi dello Stato ma feroci per chi le vive sulla pelle. Da una parte un giovane boss emergente, dall’altra il gruppo rivale che vuole prendersi tutto: le piazze, il potere, il respiro della gente. Quella sera scatta l’agguato. Arrivano i killer, l’obiettivo è chiaro. Il boss risponde, spara anche lui. In mezzo a questa pioggia di piombo, in questa traiettoria impazzita che non guarda in faccia a nessuno, finisce Annalisa.

Un proiettile. Uno solo. Ma basta a spegnere tutto.

Annalisa cade a terra. La corsa in ospedale, i medici che tentano l’impossibile, i genitori che pregano in un corridoio che puzza di disinfettante e paura. Ma il buio vince. Il 30 marzo il suo cuore smette di battere. E qui, in questa storia già terribile, accade qualcosa che dovrebbe farci riflettere. Annalisa, nella sua morte, fa un ultimo gesto di vita incredibile: i suoi organi vengono donati. Sette persone continueranno a respirare, a guardare, a camminare grazie a lei.

Ma c’è un dettaglio che gela il sangue, un particolare che sembra uscito da un noir di quelli sporchi e cattivi. Ai funerali di Annalisa la città è ferita, ma una parte di quel quartiere sembra quasi voltarsi dall’altra parte. Qualcuno scrive sui muri frasi che fanno male più degli spari. Si avverte quel muro di gomma, quell’omertà che è il vero nutrimento del male.

Eppure, Annalisa non è rimasta solo un nome su una lapide o un fascicolo in un tribunale. È diventata un simbolo. Suo padre, Giovanni, ha trasformato il dolore in una battaglia quotidiana, aprendo una biblioteca in quel quartiere difficile, perché sa che dove c’è cultura, dove c’è un libro aperto, c’è meno spazio per la polvere degli spari.

Questa è la storia di una ragazzina che voleva solo vivere la sua adolescenza in un vicolo di Napoli. È la storia di un proiettile che ha sbagliato bersaglio, ma che ha colpito dritto al cuore di un’intera nazione. Perché quando muore un’innocente in quel modo, siamo tutti un po’ meno liberi.

Scuratissima, come direbbe qualcuno. Ma con una piccola luce che, nonostante tutto, non vuole spegnersi.

Provate a pensarci. Provate a immaginare quel proiettile che viaggia nell’aria. È un pezzo di piombo freddo, senza cervello e senza cuore. Ma quel proiettile, dopo aver fatto quello che non doveva fare, non si è fermato. Ha continuato a rimbalzare tra i muri di via Vicaria Vecchia, ha colpito le coscienze, ha frantumato il silenzio.

Perché vedete, la storia di Annalisa Durante non finisce in quella stanza d’ospedale il 30 marzo. No. La storia ricomincia ogni volta che un ragazzino di Forcella entra in quella biblioteca nata dal suo nome. Ogni volta che si siede su una sedia e apre un libro, invece di impugnare qualcos’altro. È una strana forma di resistenza, quasi magica. È la cultura che si mette di traverso davanti alla violenza.

C’è un diario che Annalisa scriveva. Un diario dove raccontava i suoi sogni, le sue paure di adolescente in un quartiere difficile. In una pagina aveva scritto: “Voglio fuggire, voglio andare lontano”. Non sapeva, Annalisa, che sarebbe andata lontanissimo, ma non come sperava lei. È andata a finire dentro di noi, nelle nostre domande che non trovano pace.

Oggi, tra quegli scaffali pieni di volumi, si sente ancora il rumore di quella corsa. Non quella del motorino dei sicari, ma quella di una ragazzina che corre verso il futuro. Perché il male può spegnere una vita, certo, è capace di farlo in un attimo. Ma non può nulla contro una storia che decide di restare sveglia e Annalisa, in quel vicolo, non ha mai smesso di camminare.

Paura? Forse no. Forse è solo il peso della verità che ci chiede da che parte vogliamo stare.

di Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

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