Sonia Gandhi chiede le dimissioni del ministro degli interni Amit Shah

Le politiche discriminatorie messe in campo dalla maggioranza nazionalista indù che sostiene il primo ministro indiano Narendra Modi, hanno dato i loro frutti.

Sono almeno 25 i morti, e centinaia i feriti, nelle violenze religiose seguite all’approvazione della nuova legge sulla cittadinanza che discrimina la popolazione non induista, e soprattutto quella musulmana.

Forti critiche sono state espresse dai partiti d’opposizione sulla gestione degli scontri. Sonia Gandhi, presidente del partito del Congresso, ha chiesto le dimissioni del ministro degli interni Amit Shah perché per quattro giorni, nonostante gli effettivi delle forze di polizia nella capitale ammontino a oltre 84.000 persone, le strade sono state abbandonate alla violenza.

Una strategia non nuova per Modi che nel 2002, da primo ministro del Gujarat, non fece nulla per fermare le rivolte religiose che provocarono oltre 1.000 morti, per lo più musulmani.

Chi oggi si oppone al governo induista, agisce in difesa del secolarismo e dei valori multiculturali dell’India. Infatti, le intenzioni del governo Modi, ben oltre i discorsi incendiari che hanno diffuso nel paese un clima di odio e paura, sono ormai chiaramente delineate.

Prima è stata revocata la parziale autonomia del Kashmir, l’unico stato a maggioranza musulmana dell’India, avviando di fatto un processo che, già nelle intenzioni, andava ben oltre una questione regionale per rappresentare l’embrione di un diverso futuro per l’India.

A seguire è stato istituito un registro nazionale dei cittadini per eliminare gli “infiltrati”, cioè i cittadini privi di documenti. Ma solo se musulmani.

Ora è stato approvato l’Atto di modifica della cittadinanza (CAA) che nega la concessione dello status di rifugiato ai migranti di religione musulmana e la creazione di campi di detenzione per gli immigrati “illegali”.

Nonostante le evidenze, però, il partito del premier, il Bharatiya Janata Party (nato come braccio politico dell’RSS, un gruppo paramilitare indù formato nel 1925 i cui fondatori ammiravano Hitler e ii suoi metodi per garantire “la purezza della razza”), nega l’intenzione di voler discriminare i 180milioni di cittadini indiani di fede musulmana.

Le politiche di questi anni, però, tutte tese a rafforzare il nazionalismo e ad indebolire i diritti delle minoranze, raccontano un’altra storia.  

È sempre più evidente la volontà di trasformare il sub-continente, dal paese laico che hanno voluto i padri fondatori, in una repubblica indù. Tradendo così Costituzione indiana.

Intanto, mentre a New Delhi infuriavano gli scontri, il primo ministro offriva un suntuoso ricevimento ad un suo grande sostenitore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che omaggiava il premier indiano come “il padre dell’India”. Sostituendolo, con la sua consueta grazia, all’altro padre del paese. Un certo Ghandi.

di Enrico Ceci

 

 

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