A Kabul le donne non possono lavorare

Ad annunciare il divieto è stato il sindaco della capitale. Aumentano dunque repressione e censura. Ma nonostante la paura, le proteste continuano.

Una ventina di attiviste della Rete dei movimenti femminili, pochi giorni fa sono scese in strada nel centro di Kabul, davanti al ministero per la tutela delle donne trasformato dai talebani nel “Ministero per la promozione della virtù e la repressione del vizio”.

Ci provano in tutti i modi, non demordono, resistono, combattono e hanno coraggio. Bloccando il traffico caotico della capitale, stringevano cartelli bianchi tra le dita con scritto “Istruzione, lavoro e libertà”, ma il regime misogino e autarchico che si è preso l’Afghanistan non tollera affatto il dissenso. Sono bastati dieci minuti per essere cacciate dagli uomini con la barba ed il fucile, così la manifestazione ha avuto fine.

Il governo talebano giorno dopo giorno si fa sempre più arrogante e così giorni fa le impiegate del ministero sono state sospese e avevano protestato davanti alle telecamere: “Preferisco morire piuttosto che perdere il lavoro”, urlava una madre single che su quei soldi contava per sostenere la famiglia. Ieri il nuovo sindaco ad interim Molavi Hamdullah Nomani ha spiegato ai giornalisti che i talebani “hanno ritenuto necessario impedire alle donne di lavorare per un po’”, giusto il tempo di realizzare la separazione tra i sessi. Con lo stesso criterio sono state lasciate a casa in tutto il Paese – nessuno sa fino a quando – le docenti e le studentesse delle medie e superiori.

Eppure a Kabul più di un quarto dei dipendenti pubblici erano donne. L’assurdità è che secondo il sindaco per ora possono lavorare solo quelle “necessarie, o in posizioni che gli uomini non possono ricoprire o che non sono per gli uomini”. Ma neppure per i talebani è scontato poter innestare la marcia indietro in un Paese in cui dopo la caduta del loro governo nel 2001 la frequenza scolastica delle ragazze è salita da zero all’80 per cento, in cui la mortalità infantile è stata dimezzata e il matrimonio forzato è diventato illegale.

Le proteste, i dissensi, le manifestazioni sono ormai quotidiane, limitate solo dal terrore che incutono i miliziani armati: percuotono persino le auto, con bastoni e con il calcio del fucile, per smistare il traffico. Due giorni fa a Herat in piazza c’erano anche gli uomini, a urlare contro il governo dei talebani e l’asservimento al Pakistan; la risposta è stata durissima: due morti e almeno quattro feriti. Per l’oratore della Grande Moschea, Rumi Mujibah al-Rahman Ansari, i talebani hanno fatto bene e ha condannato le “insurrezioni” consigliando di reprimerle con decisione: “Il governo islamico ha il diritto religioso di imporre la disciplina”.

Così, mentre crescono le proteste aumentano repressione e censura: i talebani hanno arrestato a Herat Noorahmad Barzin Khatibi, 75enne ex membro della direzione dell’Afghan National Congress Party, critico sia con il capitalismo che con la dittatura teocratica. Diversi giornalisti sono finiti dietro le sbarre e sono stati poi liberati, ma qualcuno come il fotografo Morteza Samadi resta ancora in carcere. Altri sono stati picchiati, altri ancora come l’interprete Mustafa Nikzad e il fotografo Sirus Amer sono scampati a fucilate – Amer ha un proiettile conficcato nella gamba.

Tutto questo mentre cercano invano di convincere il mondo di essere cambiati e di essere affidabili, i talebani soffocano l’informazione indipendente fiorita in questi venti anni perché non mostri il contrario.

Il ministro dell’Informazione, il mullah Khairullah Khairkhah, ha esortato i media a pubblicare contenuti che ispirino “il bene di questo mondo e dell’aldilà”. Le cattive notizie non piacciono, non si deve “distruggere la mentalità collettiva” o promuovere una cultura non islamica e non afghana. Articoli e programmi televisivi dovrebbero piuttosto essere “conformi ai principi della giurisprudenza islamica, dei costumi e delle tradizioni afghane”.

Da quando i talebani hanno preso il controllo di Kabul, il 15 agosto, ben 153 media locali sono stati chiusi e molti programmi tv sono stati sospesi, come quelli di carattere comico o musicali. Inutile sottolineare che anche nelle reti televisive la presenza femminile per ora è stata ridotta al minimo.
In altre parole in Afghanistan è stata annientata la vita, in particolare quella delle donne, abituate ormai da vent’anni a una libertà mai sperata prima e di colpo ricadute nell’integralismo più sfrenato, bieco e violento. Molti ragazzi cresciuti “all’occidentale”, che non avevano vissuto tale regime, sembrano più di altri essere stati catapultati in una sorta di realtà virtuale, così distante dal loro modo di vivere fino a quel momento, così cruenta e brutale, una realtà talmente barbara, bestiale, crudele, feroce, inumana e violenta da dubitare che tutto questo stia accadendo realmente.

Eppure tutto il mondo sa che la realtà di un regime talebano va annientata, non solo per coloro che sono nati dalla parte “sbagliata” del mondo ma perché è una miccia che può far esplodere il precario equilibrio creato da chi è nato dalla parte “giusta” del mondo.

Forse è addirittura più difficile uscire dal proprio individualismo che cercare di comprendere che quello che accade vicino o lontano da noi e anche, e forse soprattutto, un nostro problema. Da affrontare, combattere e annientare.

Questa è la sfida più difficile da vincere.

 

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