Violenza su violenza: morte di una madre

Affondano i barconi al largo di Lampedusa. Affondano i barchini nel canale di Sicilia. Affondano i gommoni sulle coste libiche. Affondano. Si capovolgono. Vanno alla deriva e si sfasciano. Ma sopra, ogni volta, ci sono centinaia di persone. Centinaia di vite umane. Centinaia di donne e bambini che annaspano tra i flutti e poi affogano. Le donne, sono madri. Le madri, sono donne. Vengono violentate e stuprate mentre attraversano il deserto, dai trafficanti di esseri umani. Poi, vengono di nuovo violentate e stuprate,  dai carcerieri libici, nei centri di detenzione, finanziati dall’Italia. Violentate e stuprate. Violentate e stuprate. Violentate e stuprate, ogni volta.

Ogni volta, violentate e stuprate davanti agli occhi dei loro bambini. L’ultima, in ordine di tempo, imbarcazione affondata al largo di Lampedusa con 149 persone, quasi tutte affogate e disperse. Pochi naufraghi. Sono stati ripescati i corpi senza vita, di cinque donne. Violentate e stuprate, ora affogate. Una di loro, chiameremo Fatima, aveva in tasca il suo documento con quello delle sue due bambine. Aveva nelle tasche la vita delle figlie, le portava lontano dalla guerra, dalla fame, dalla violenza di ogni genere. Ora è morta, Fatima, affogata, dopo essere stata violentata e stuprata, davanti ai loro occhi. Fatima, non si era arresa. Aveva combattuto fino all’ultimo, aveva sopportato ogni sorta di umiliazione per salvare le sue figlie. Fatima, che aveva un bel sorriso, la pelle nera nera, i capelli ricci e ispidi, un volto tondo e accogliente, ora è morta. Non potrà più sorridere alle sue bambine, raccolte tra le onde, da un volontario e messe in salvo.

Fatima è stata violentata e stuprata, più volte, ha pianto, di notte, coprendosi il viso per non farsi vedere dalle sue bambine. Ha pianto. Tanto. Ma alle sue bambine sorrideva. Gli teneva le mani. Le abbracciava. Le solleva in alto facendole volare. Le faceva sorridere. Ma lei soffriva le pene dell’inferno. Percossa, insanguinata, con il corpo livido è gonfio. Giocava, con le sue bambine giocava. Le baciava, anche se le labbra violacee e tumide per le botte la facevano soffrire. Fatima era una donna. Una donna è una madre. Violentate e stuprata ha resistito, stringendo le mani fino a sanguinare, ma carezzando dolcemente le sue bambine. Le teneva sul petto, le appoggiava al seno, trasferiva il suo calore di donna e di madre alle sue bambine perché non sentissero freddo. Perché si sentissero protette. E, loro, le sue bambine, protette lo sono state, fino a quella maledetta notte in cui il gommone si è capovolto. Le ha protette fino a quando le onde l’hanno inghiottita. Le teneva a galla per non fargli bere il mare.

Il sale del mare così bello a volte, così crudele altre volte. Uno sforzo che solo una donna può sostenere. Essere violentata e stuprata, più volte, ed avere la forza di tenere a galla le sue bambine. Farle sentire dondolate dalle onde, illuminate dalle stelle, tra i sospiri del mare, mentre moriva. Lei sapeva che era tutto crudele e inumano, ma alle sue bambine raccontava della magia del mare, mentre affogava. Fino a quando i polmoni così pieni di acqua, così pieni di sale, gli hanno tolto la voce. Mentre scendeva affondo, alzava le braccia, verso le stelle, le sue bambine ancora sentivano la sua voce, il caldo del suo seno, la forza del suo sorriso. Fatima, giace in fondo al mare di Lampedusa,  violentata e stuprata, più volte, portava con se, in tasca, i documenti suoi e delle sue bambine.

di Claudio Caldarelli e Eligio Scatolini

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